L’acquisizione dell’Artoni da parte di Fercam si è incagliata sul versante sindacale

Reggio Emilia, 17 febbraio 2017 - Sembrava si potesse trovare un accordo e si arrivasse al più presto a fondare la FercamArtoni, poi – dopo i tentativi di conciliazione con i sindacati, contrari al taglio di 160 dipendenti Artoni – la doccia gelata: la multinazionale altoatesina si è ritirata dalla trattativa. «Non va in porto l’operazione FercamArtoni», ha scritto sulla sua pagina web, scatenando la reazione di tutti i dipendenti Artoni, degli addetti della cooperativa, dei padroncini e dei sindacati che ieri pomeriggio si sono ritrovati davanti alla sede parmense della Fercam per protestare contro la novità. Un altro sciopero è un programma per oggi. 

Solo un giorno prima, l’Artoni e i sindacati nazionali avevano presentato alla Fercam un nuovo verbale che sembrava mettere d’accordo entrambe le parti. «Il presidente si era detto disposto a valutarne i contenuti – racconta Cristina Mameli, rsu Artoni – poi è arrivato il comunicato che sospendeva le trattative. Adesso se il presidente non firma la nostra proposta a rischiare saranno più di 600 lavoratori». Ma ad essere coinvolti saranno molti di più. 

«Se l'accordo salta ci sarà un effetto cascata che coinvolgerà 3000 persone tra esterni, padroncini privati, fornitori...». Ed è per questo che ieri è stato indetto lo sciopero a cui hanno aderito oltre 150 persone arrivate da Bologna, Modena, Parma e Reggio. 

«Adesso chiediamo che il presidente Fercam rispetti l’accordo che abbiamo redatto per salvare salvare i 581 dipendenti Artoni e permettere ai 160 lavoratori in esubero di godere degli ammortizzatori sociali». «Ci stiamo attivando - spiegano Filt, Fit e Uiltrasporti - per coinvolgere i ministeri competenti al fine di affrontare questa delicata e drammatica situazione e per stigmatizzare comportamenti imprenditoriali che, con la massima leggerezza, mettono in crisi l’occupazione, in un settore quale quello della logistica che necessita di tutele, regole e legalità. Anche Confindustria non può restare indifferente».