Lo stabilimento Ferrarini
Lo stabilimento Ferrarini

Reggio Emilia, 25 luglio 2019 - Il rilancio del marchio Ferrarini vale 100 milioni di euro. O almeno è quanto ha valutato Roberto Pini, il figlio del ‘Re della bresaola’ Piero, che ormai detiene un pacchetto di maggioranza intorno all’80% della storica azienda reggiana

Pini infatti metterà sul piatto 30-35 milioni di euro per realizzare un nuovo impianto a pochi passi dall’attuale sede della Rivaltella: tempo stimato tre anni. Ma per chi ha appena costruito un impianto da 65mila metri quadrati (costato 115 milioni) a Binefar - Andorra, Spagna -, il più grande a livello europeo, non dovrebbe di certo essere un problema. In tal senso verrebbe confermata l’attuale occupazione nel ‘giardino di casa’ della famiglia, che al momento conta 224 operai. 

I restanti 70 milioni (di cui 20 già investiti) semplicemente serviranno per l’acquisizione del pacchetto di maggioranza. Ovvero del marchio Ferrarini, che rimarrà ben saldo all’interno del mercato mondiale: perché l’imprenditore di Sondrio non ha alcuna intenzione di disperdere il patrimonio costruito negli anni. Il nuovo impianto prevederà la chiusura dell’attuale sito in Polonia (ricavi da 2 milioni annui, 7-8 di valore complessivo) per convogliare tutte le energie su Reggio. 

Il concordato invece sta proseguendo senza particolari intoppi. I creditori della Ferrarini s.p.a. dovranno votare a novembre la proposta di Pini. A ottobre invece è fissato quello di Vismara (su cui c’è l’offerta del colosso Amadori) di cui parleremo più avanti. Concordato quindi. Di cui sono pubbliche anche le cifre. Si parte da Ferrarini s.p.a., il cui debito complessivo è di 254 milioni: 44 derivano dalle procedure a esso relativo, mentre 87 sono da attribuire a crediti bancari.

Banca Intesa (che ha rilevato le banche venete con cui erano stati stipulati le famose ‘azioni baciate’, poi fallite) attende 9 milioni, il fondo recupero crediti Sga, a cui sono affidati i conti della defunta Veneto banca altri 18. E potrebbero arrivarne altri 7; la restante cifra appartiene ad altri istituti. Circa la metà del debito insomma si suddivide tra spese per il concordato e crediti bancari. Il fatturato invece continua a essere positivo, con 55 milioni di euro nei primi sei mesi del 2019.

Capitolo Vismara. Il gruppo Amadori come detto sta gestendo il concordato. In questo caso i debiti sono di 105 milioni (da sommare ai 254 della Ferrarini s.p.a.), di cui 34 con le banche, la metà finiti nel solito calderone veneto. I soldi complessivi da versare agli istituti di crediti quindi sarebbero 121 milioni di euro. Con l’ingresso di Amadori verranno anche qui mantenuti i 72 posti di lavoro a Lesignano, con possibilità di aumentare le capacità produttiva.

I debiti contratti - secondo le procedure del concordato - saranno saldati dai soci di maggioranza (Pini e Amadori insomma) a partire dal prossimo anno, a transazione conclusa. Ultimo capitolo ai possibili pignoramenti. La società agricola Ferrarini in sostanza è costituita solo dai patrimoni della famiglia. Ballano circa 32 milioni di euro che Intesa Sanpaolo vorrebbe subito. Di questi 20 sono legati alle fideiussioni all’interno del sistema dei bond, e quindi sono difficilmente quantificabili. I restanti 12 invece sono legati ad immobili, e quindi reali. Sui primi la sensazione è che si andrà a un accordo tra le due parti, ovvero Intesa Sanpaolo e Ferrarini.