Reggio Emilia, 7 agosto 2015 - ​Il cuore dell’impero è qui, a due passi dal vecchio Marabù. Un grande ufficio di rappresentanza, gli austeri arredi in legno, le poltrone in pelle, una scrivania su cui troneggia la pila dei giornali economici. Accanto, la mazzetta dei quotidiani locali. Dietro c’è lui: cravatta e una camicia di sartoria azzurra, intonata alla nuvola dei Toscanelli. Lui è Fulvio Montipò, 70 anni, reggiano di Baiso, imprenditore atipico: il suo Gruppo Interpump, colosso che spazia delle pompe idrauliche all’oleodinamica, 50 stabilimenti nel mondo, 6.000 dipendenti - dal ’77 inanella un successo dietro l’altro. Mai un inciampo. Mai un rosso. Figlio di migranti, partì da studente lavoratore, con un capitale di poche lire («pari al valore di un muletto usato», ricorda) ed ebbe l’intuizione di introdurre nelle pompe idrauliche i pistoni in ceramica: meno usura, più longevità. Oggi i suoi bilanci andrebbero letti sullo zerbino musicale del celebre motivetto di Rodolfo De Angelis: ‘Ma cos’è questa crisi?’. Montipò sorride: «Non voglio mai peccare di presunzione. Ma devo dire che a volte provo quasi imbarazzo, con questi record. è un bel miracolino». Montipò, quando già lavorava, lasciò biologia per studiare sociologia, a Trento. «Come mi sono goduto quegli studi! Proprio con sete di sapere». Parla con calma, soppesa la parole. Studia l’interlocutore, sa ascoltare con pazienza. «Io sono sempre stato innamorato di quello che ho fatto: di un mattone, di un cavallo, di un fiore o di una sciocchezza. Ma sempre innamorato. Innamorarsi è gioia, è uno stato di grazia che amplifica energie e pensieri. La mia è una vita da innamorato», sorride. Ecco il segreto. Un umanista, non solo un ottimo tecnico. Eppur bisogna partire dai numeri.

PRESIDENTE: nel 2013 il fatturato del suo gruppo era a 556 milioni, nel 2014 era salito a 672. Nel 2017 arriverà al miliardo?

«L’abbiamo promesso al mercato. Mi auguro come sempre di rispettare le promesse».

E dopo? Con questa massa critica cosa cambierà?

«Nulla. La filosofia dell’impresa è semplicissima. Pagati i dividendi agli azionisti, tutta la ricchezza deve essere reinvestita nell’azienda per il suo sviluppo. Perché per noi grande significa forte, significa più duraturo e sostenibile. L’azienda così durerà più di noi. Un pizzico d’immortalità».

Dal l996 ad oggi quasi trenta acquisizioni in tutto il mondo. Come fa a sapere quali sono i pezzi più pregiati? Ha un rete di talent scout?

«No. Oggi le informazioni a disposizione sono tante. Le raccogliamo, poi ci muoviamo autonomamente. Cerchiamo aziende che ci permettano di creare sinergie importanti o di rafforzare la nostra offerta commerciale. Finora, tranne rare eccezioni, abbiamo sempre trovato grande disponibilità da parte dei nostri interlocutori in tutto il mondo».

E quando arriva l’imprenditore italiano, le maestranze estere come la prendono?

«In Germania e negli Stati Uniti ci guardano un po’ dall’alto al basso. Questa è la verità. E’ un pregiudizio culturale, forse figlio di motivazioni storiche, che nella nostra esperienza svanisce rapidamente. Noi non abbiamo mai un approccio da “colonizzatori”. Portiamo il nostro contributo, la nostra esperienza, le nostre idee ed il nostro network mondiale. Le aziende estere acquisite, già bellissime, sono diventate nel tempo più belle e sono cresciute in qualità, dimensione e redditività».

In Italia il peso della burocrazia può essere micidiale. Ha mai pensato in questi anni di delocalizzare?

«No. Mai pensato di andare fuori. è un sentimento che nasce dalla valigia di mio padre. Io la terra l’ho desiderata fin da bambino e le ho voluto bene, per me e per i miei che hanno dovuto lasciare la propria. Il mio desiderio è sempre stato quello di produrre lavoro qui».

Come mai sente così forte il legame con Reggio?

«Mia madre mi raccontava le sue nostalgie per un territorio meraviglioso. L’ho sentita tanto soffrire da finire per volerle tanto bene anch’io a questa terra».

Spesso ha detto che il suo gruppo sarebbe potuto nascere solo qui.

«Vero. Qui c’erano presupposti culturali unici. Il sapere meccanico diffuso come da nessuna altra parte al mondo. E poi l’apertura e l’umanità di gente straordinaria. Quando sono partito, sono stati tanti piccoli artigiani di qui a dirmi: mi pagherai quando li avrai. Avevano battezzato che il cavallo avrebbe vinto e si sono fidati. E poi la competenza: a Reggio ci sono 100 artigiani in grado di fare un albero a cammes che giri bene. Provi a vedere in qualsiasi altro Paese dell’Occidente. Forse ne troverà uno o due, in tutta una Nazione».

Il seme delle Reggiane?

«Sono state una scuola formidabile. L’eccellenza. Poi si è aggiunto il temperamento dei reggiani, grandi lavoratori, determinati».

Lei parla spesso di etica. Si sente un buon padrone?

«Padrone non esiste. Io sono un imprenditore: un mestiere fantastico, che ti coinvolge in problemi, progetti e responsabilità di ogni genere. Questo è esaltante. Investi e pianti il seme della speranza. Chi fa questo mestiere esercita la speranza. E quando vedi i raccolti hai la gratificazione per te e per la tua gente».

Quanto lavora?

«Per decenni ho lavorato 18 ore consecutive senza pause. E’ la passione. Mai sentita fatica».

E l’etica?

«E’ provare a fare le cose bene. E quello che ti paga è questa consapevolezza. In fondo, è il senso stesso del vivere».

In azienda come si comporta? Decide in assoluta autonomia o tende ad ascoltare i collaboratori?

«Sento il bisogno di raccogliere il pensiero e le idee degli altri. Poi la sintesi e la responsabilità delle decisioni spettano a me. Ho un approccio snello. L’obiettivo: far sì che vinca la ragione».

E’ stato uno studente lavoratore. Cosa avrebbe da suggerire a un giovane di oggi?

«La palestra del sacrificio. Io incontro tanti ragazzi splendidi, di buona formazione. L’uomo continua a migliorare e le nuove generazioni sono formidabili. Ma se i genitori non ti hanno trasmesso il desiderio di costruire qualcosa attraverso il lavoro perché avevi già tutto, è facile che ci si adagi. Se la vita è un cammino difficile bisogna che anche la palestra sia intensa e adeguata. Bisogna che i genitori imparino a dire qualche no. Nella palestra alla vita ci sono i sì ma anche i no utili e motivati».

Si è mai rimproverato qualcosa in questi anni?

«Scelte fondamentali non me ne ricordo. Gli errori di lavoro che possono essere capitati non sono motivo di rammarico. Un sospiro e si riparte».

Le soddisfazioni maggiori?

«Ho speso una vita costruendo sempre qualcosa. Per me fare è un valore, così. mi sembra di non aver buttato la vita. Penso ai miei 6.000 dipendenti, alle tasse che pago alla comunità con civile orgoglio».

Ha dato smalto a un intero isolato del centro storico acquistando Palazzo Busetti e ospitando una grande catena di abbigliamento. Com’è nata l’idea?

«Io mi innamoro facile. Avevo immaginato che lo sviluppo di questo progetto sarebbe stato pieno di ostacoli. Ma era il palazzo che vedevo trascurato già da quando ero studente. Volevo che una parte morta della città tornasse viva».

Il suo esempio però non trova molti emuli. Il centro è pieno di buchi neri, a partire dai tanti cinema chiusi.

«Dovrei dedurre che ci sono pochi innamorati in giro. Aggiungo: un brutto palazzo in città non dovrebbe esistere. Il palazzo non è solo del proprietario, ma della collettività che lo vive. Almeno le facciate dovrebbero essere mantenute con dignità e decoro».

A proposito di palazzo Busetti. Pende un ricorso al Tar dei residenti; sostengono che la nuova struttura è andata, in altezza, al di là del preventivato.

«E’ stato per me inatteso. Credo che la sua consistenza, a una prima lettura, poggi su fragili argomenti. Ma chi deve giudicare giudicherà. Certo non mi ha fatto piacere. Avrei preferito che qualche altro innamorato mi desse una mano col badile. Resto sicuro e tranquillo del rigore e dello scrupolo con cui abbiamo lavorato».

Si ritufferebbe nell’avventura?

«Innamorarsi di un progetto nuovo è un bisogno! Del resto la felicità è cominciare».