Reggio Emilia, 31 marzo 2017 -  EDIZIONE straordinaria. Il giornalino Eco notizie, giugno 1993, apre con una lettera dal carcere: è il presidente di Unieco Nino Tagliavini che scrive ai soci e ai dipendenti raccontando il suo dramma. Finito nel vortice di Tangentopoli, subì mille processi, una sola piccola condanna e - due anni fa - è stato pienamente riabilitato. Scriveva dalla cella il cooperatore diventato famoso per aver svelato ai pm la storia della valigetta coi 270 milioni portati al Pds (facendo il nome di D’Alema poi prosciolto dal giudice Ghini): «Siamo una forte e capace Impresa Cooperativa! La sopravvivenza morale ed economica è in gran parte ancora nelle nostre mani!... La nostra vita è nel nostro lavoro, difendendo la nostra cooperativa facendola vivere difendiamo i nostri stipendi, le nostre paghe, le nostre famiglie, e anche di quelli più deboli tra di noi». Seguiva la solidarietà di Giulio Fantuzzi, eurodeputato Pds, alla moglie di Nino, Paola: «Nino è un Presidente un po’ più speciale di tanti altri - le scriveva - ha sempre sentito la responsabilità sociale». Tagliavini, oggi 69enne, geometra e geologo, si dimise «per amore della cooperativa», così come aveva preso lui la colpa per quello stesso amore. Da allora lavora per conto suo ma ha mantenuto amicizie forti con ex colleghi in Unieco e delle coop delle costruzioni ha visto decadenza e fine. Oggi la sua è un’analisi sofferta e impietosa: «Prampolini - dice - gira nella tomba».

Tagliavini, non si contano più i soci che hanno perso i soldi dentro le cooperative.

«Gente che ha perso tutto ne conosco. Tanti. Vuole il numero di questo mio amico? Faceva il geometra delle strade a Correggio, socio di Unieco da sempre, è stato lì fino a un anno fa e ha i soldi là dentro. Un bravo ragazzo, un compagno pulito. Avrà perso sessantamila euro: tutti i risparmi».

E i manager? Anche loro in braghe di tela? In passato, quando alle avvisaglie di crisi emersero i malumori per i guadagni dei capi, si rispose che per reggere la concorrenza i manager devono essere pagati profumatamente.

«No. Secondo me tra i dirigenti c’era chi prendeva milioni, macchinoni da duecentomila euro, pranzi, cene, belle compagnie».

Come in certe aziende pubbliche o private saltate in aria?

«Uguale, identico: c’è stato un approfittarsi, il sistema. Fra i soci e i dirigenti c’è un abisso. Un tempo, da me c’era Codeluppi capocantiere, bravissimo, il contatto diretto. Io sono stato l’ultimo dei vecchi» (all’improvviso piange).

Il processo Aemilia è in corso. La ‘ndrangheta ha avuto un peso sulle grandi coop? Un pentito nell’aula bunker ha parlato di collegamenti ‘indecenti’.

«Hanno avuto parte. Per fare il nero si usavano i subappaltatori».

Ma così, secondo quel pentito, si risparmiava.

Tagliavni si fa il segno della croce. Riprende a parlare.

«Meglio non mettersi con quella gente... Coi subappalti non c’era più controllo. E’ fondamentale».

E adesso? In quella lettera dal carcere del 1993 lei scriveva di Mani Pulite: «Siamo in una cosa simile all’8 settembre ’43: bisogna navigare con intelligenza, modestia...» Non è successo, dopo.

«Finito. Ricominciare da capo. Chi si accontenta, e ha pochi costi, va bene».

I problemi di Unieco?

«L’immobiliare: tutto fermo, i prezzi dimezzati, gli appartamenti a mille euro al metro. E’ fondamentale. Le banche il problema più grosso: comportamento indecoroso. E poi aziende con molti costi diretti, fissi, non flessibili. Io nel 1993 per la crisi tolsi le macchine ai dirigenti».

Si legge una dura critica al suo successore, Casoli.

«E’ stato presidente per vent’anni. Vent’anni: può essere capo di tutto un esperto di economia e finanza? Ho contatti con tanti, in Unieco. Si lamentavano. Un tempo c’erano già le gerarchie,. a ognuno il suo ruolo ma c’era un rapporto orizzontale. Adesso per parlare col presidente ci volevano quattro passaggi, peggio che andare in Comune. Ha centralizzato tutto, mania del controllo. Una cosa inspiegabile».

Problemi specifici di Unieco?

«Unieco era diversa da Coopsette e Orion. Io la Coopsette la vedevo come un elefante coi piedi di gomma: strutturata, costi altissimi, cinque mercati. Stampo sovietico insomma. Unieco invece aveva settori diversi, c’era l’ambiente che dava più margine lordo e remunerazione... Poi la crisi. E quell’acquisto della fornace presa da CoopCostruttori ad Argenta, che errore».

E la nuova sede a Mancasale? Non è elefantiaca?

«Quell’area lì era di Cantine Riunite. Il presidente era Sergio Nasi e mi propose di acquistarla. Gli dissi di no. Per me era un suicidio economico. Comprata dopo due anni che sono andato via. Dentro ci sono Lega, Unipol, Unieco...»

Quali effetti futuri?

«Penso a Coop 3 D: megaazienda burocratica, una strettoia, decidono in pochi. Il problema è il consumo. Quando hai perso i soldi, penso ai soci, ai lavoratori, come fai a spenderli?»

La politica ha inciso nella vita delle coop rosse?

«La reggiana non più di tanto. Contava Roma. Quando a Reggio si lamentavano perchè avevamo noi i lavori della statale 63, gli dicevo che era stato il Pci nazionale nella spartizione complessiva dei lavori a preferire noi».

Però i politici del Pci lavoravano nelle coop rosse.

« Con me è venuto a lavorare (dopo essere stato assessore) Umberto Venturi. Ricordo Pignedoli che fu sindaco di Rubiera, Terzi sindaco di Fabbrico. Ma era tutta gente molto capace».

Lei non ha commesso errori?

«Aver accettato di fare il presidente di Unieco. Arrivai primo. Secondo Casoli, terzo Venturi. Avrei dovuto far convogliare i miei voti su Venturi».