Il dottor Antonio Laganà, ortopedico di Villa Verde
Il dottor Antonio Laganà, ortopedico di Villa Verde

Reggio Emilia, 8 giugno 2019 - L'artrosi all'anca o coxartrosi è una malattia degenerativa dell’articolazione tra il bacino e il femore (coxo-femorale). In particolare si tratta dell’infiammazione della cartilagine che ricopre l’articolazione dell’anca, dovuta al deterioramento cartilagineo.

Con il dottor Antonio Laganà, ortopedico di Villa Verde, affrontiamo il tema della protesi dell’anca, intervento sostanzialmente risolutivo del problema.

Dottor Laganà, partiamo dal problema, l’artrosi.
«Dobbiamo distinguere due forme di artrosi, ovvero primaria e secondaria. La prima non ha una causa ben precisa. E’ una malattia frequente che colpisce circa il 20% della popolazione e ha un impatto rilevante sia per i costi, sia per l’inabilità lavorativa che può determinare. Colpisce più frequentemente persone sopra i 60 anni».

Che problemi funzionali dà?
«Dolore progressivo che col tempo provoca una limitazione nell’autonomia nel compiere gesti quotidiani come camminare, vestirsi, lavarsi».

Può provocare nei casi più gravi anche l’incapacità completa di camminare?
«Si può arrivare anche ad una progressiva limitazione dell’autonomia deambulatoria. Con gli sviluppi della chirurgia protesica si evita questo rischio».

Parliamo allora della chirurgia protesica…
«La protesi dell’anca è quella più anziana: le prime furono impiantate negli anni Sessanta. Nel corso degli anni i vari tipi hanno avuto un’evoluzione migliorativa sia in termini di materiali che di disegno».

Attualmente i risultati dell’intervento come sono?
«Siamo nell’ordine del 90-95% di risultati favorevoli a lungo termine».

Ma quanto dura una protesi?
«Non c’è un timer, ma di solito diciamo che la media è almeno attorno ai vent’anni. Col passare del tempo si usano materiali migliori e anche la tecnica ha fatto notevoli passi avanti e l’intervento è sempre meno invasivo».

L’intervento è risolutivo?
«Assolutamente sì».

L’artrosi secondaria?
«Dipende da diverse cause tra cui la più importante è quella post traumatica. Poi ci possono essere forme determinate da cause congenite (displasie, ndr) o di tipo reumatico. Un’altra forma segue la necrosi della testa del femore: può essere determinata da malattie come il diabete oppure da abitudini quali il fumo».

Gli step per arrivare all’intervento?
«Vanno seguite norme igienico-comportamentali (ridurre il peso ad esempio). Poi è necessario un trattamento con antinfiammatori e antidolorifici. In terza fase c’è la possibilità di infiltrazioni e infine un‘adeguata terapia fisica. Tutto questo per arrivare bene all’intervento».

Di cosa sono fatte le protesi?
«Dobbiamo distinguere. Le parti in metallo sono leghe in titanio. Per quanto riguarda l’accoppiamento, o ceramica o ceramica polietilene».

Esiste un rischio di rigetto?
«No perché parliamo di materiali inerti».

Possono esserci complicazioni?
«L’incidenza è bassa. La complicazione che ci pone più problemi è l’infezione. Poi la lussazione quando la testa del femore va giù di posto. Infine le fratture periprotesiche».

L’anestesia?
«L’intervento è fatto in anestesia spinale e dura circa un’ora».

Il decorso?
«Il giorno dopo il paziente è in piedi. Dopo un mese può abbandonare le stampelle. E’ previsto un ricovero di due settimane durante il quale possiamo anche seguire la riabilitazione fisiatrica».