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11 mag 2022

Scorticati, la vita in salita Dal carbone al sogno rosa

Il Giro d’Italia dei reggiani, Girardengo lo notò e gli fece ottenere degli ingaggi

Renato Scorticati negli anni ‘20
Renato Scorticati negli anni ‘20
Renato Scorticati negli anni ‘20

Carbone, sogni e bicicletta. E il successo. La nostra pedalata lungo la storia del Giro d’Italia ci fa incontrare un altro reggiano che ha lasciato il segno nella memoria degli sportivi. E’ Renato Scorticati, classe 1908, originario di Albinea, che negli anni ‘30 ha scritto belle pagine di ciclismo, quando ha partecipato alla corsa rosa e al Tour.

Erano tempi di giganti, sui giornali spiccavano i nomi di Binda, Girardengo e della "locomotiva umana" Guerra. La vita per Renato è in salita sin dall’infanzia. La Grande guerra colpisce duramente la sua famiglia: il padre Giovanni perde la vita a Caporetto, Renato è solo un bambino, è il più grande di otto fratelli, deve guadagnare.

Va a lavorare nella bottega di un fabbro, dove spala carbone per arroventare i chiodi. Il suo sogno è il ciclismo, riesce a balzare in sella e da quel momento gli si spalanca un nuovo mondo, fatto di fatica ma anche di soddisfazioni.

Nella seconda parte degli anni ‘20 corre con la Nicolò Biondo di Carpi, con cui vince due titoli nazionali dilettanti a squadre (con lui Catellani, Manicardi, Morellini). Coglie ulteriori successi. In città viene tesserato dal Velo Club, sodalizio appena sbocciato su idea di Giannetto Cimurri e altri appassionati. Gli sportivi lo chiamano "Macioun" per la folta chioma, che da lontano permette di riconoscerlo anche quando è nella carovana della corsa.

Da lì è un crescendo, finché negli anni ‘30 si cimenta tra i professionisti, dove si mette in evidenza in varie gare.

Inizialmente è un "indipendente", un ciclista senza una squadra ufficiale. Nel 1931 tenta l’assalto al Giro d’Italia, in una sola valigia ci deve stare tutto l’occorrente: abbigliamento, pezzi di ricambio per la bici, utensili per effettuare le riparazioni basilari. E, soprattutto, i pensieri di gloria.

L’organizzazione offre un gettone giornaliero di 30 lire, che deve bastare per alloggio e cibo. In più, ecco gli eventuali premi in base ai risultati.

Nella tappa di Roma coglie il 3° posto, al termine è 14° della classifica generale. In città, a ogni sua impresa, le vetrine dei negozi di Corradini e Pecorari mostrano le sue bici e le maglie. E lì davanti, i bambini sgranano gli occhi vagheggiano scenari dolomitici e trofei.

Tra i ragazzini che favoleggiano su Scorticati c’è Guglielmo Fanticini, in seguito giornalista e addetto stampa del Giro.

Nel ‘33 partecipa al Tour, mentre Guerra s’invola verso il 2° posto, lui febbricitante getta la spugna.

Il capolavoro nella corsa rosa è del ‘34: 1° degli indipendenti, 10° nella graduatoria generale. Corre in Svizzera e Spagna. Lo nota Girardengo, che lo fa ingaggiare da Lygie, Maino e Olimpia. Nel frattempo conosce Ida, i due si sposano, nasce Gianni.

Nel 1939 è giunto il momento di scendere dalla bici, con i risparmi sudati in gara acquista un appartamento in via Bligny per la famiglia.

Un conflitto gli ha portato via il padre, la Seconda guerra mondiale stronca i sacrifici di una vita in sella. A Santa Croce i bombardamenti alleati distruggono le Officine Reggiane, ma cancellano pure la sua casa.

Con la stessa tenacia di quando era corridore, riparte. Nel frattempo anche il figlio Gianni sale in bici, corre nei dilettanti con il Velo.

Renato Scorticati si è spento nel 1978. E’ considerato tra i migliori ciclisti reggiani di tutti i tempi.

Massimo Tassi

© Riproduzione riservata

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