Erik Davolio è campione del mondo di bowling con l'Italia
Erik Davolio è campione del mondo di bowling con l'Italia

Reggio Emilia, 5 dicembre 2018 - Sorpresissima nel bowling: l’Italia batte i super professionisti degli Stati Uniti ed è campione del mondo. Il titolo è sbalorditivo se si pensa che i giocatori iscritti alla federazione, affiliata al Coni, sono 2.500. La squadra azzurra che ha trionfato a Hong Kong, guidata dal ct Massimo Brandolini, è composta da Pierpaolo De Filippi, Antonino Fiorentino, Marco Parapini, Nicola Pongolini, Marco Reviglio ed Erik Davolio. Superato 2-1 il Canada in semifinale, i nostri hanno poi battuto gli Usa 2-0. La squadra azzurra, fatta di dilettanti, non ha lasciato scampo allo squadrone statunitense, nelle ultime nove edizioni primo o secondo. L’Italia veniva da un ventiduesimo posto.

 

Erik Davolio, cosa si prova a essere campione del mondo? 

«Un’emozione fortissima e finora unica nella mia vita. Abbiamo ottenuto un risultato incredibile, anzi clamoroso; eravamo nullità contro delle corazzate». 

Diamo una proporzione a questa vittoria? 

«Molto semplice: l’Italia, a livello di nazionale, nel bowling aveva ottenuto una sola medaglia di bronzo nel 1971. Potrei spingermi oltre, ma viene da sorridere…». 

Invece siamo curiosi. 

«Dei sei membri della nazionale, uno è artigiano, poi passiamo al meccanico, l’operaio, l’amministratore condominiale, fino allo studente. E alla fine ci sono io, ovvero un fornaio; sembra una barzelletta, ma insieme abbiamo battuto dei professionisti di questo sport». 

In questo senso la sfida in semifinale contro il Canada vi ha dato una motivazione extra? 

«In verità abbiamo iniziato a crederci ben prima. Alle qualificazioni c’erano 47 nazioni, e solo 4 avrebbero staccato il biglietto per la fase finale. All’ultimo partita (di sei previste, ndr) siamo riusciti a recuperare 118 birilli sui 300 disponibili alla Tailandia quarta in classifica; una «rumba» incredibile. Alla fine tanto scarsi non eravamo!». 

Come si gestisce la pressione?

«Inizi a vedere tantissime telecamere, gli sponsor, il pubblico; respiri l’aria del grande evento. Però riesco a gestire bene la tensione, quasi con leggerezza. Ho dormito sereno la notte precedente e sono felicissimo del rendimento in pedana». 

Eppure nonostante l’exploit il bowling è uno sport poco conosciuto in Italia. 

«Per il 90% delle persone, credo non sia nemmeno considerabile come tale. Un passatempo con gli amici, quello sì, ma nulla più. Manca visibilità, perché tutto è concentrato sul calcio a livello nazionale». 

Lei come gestisce questo impegno? 

«Ogni giorno ho la sveglia alle 4 del mattino per aiutare mamma Federica nel forno di San Maurizio a Reggio Emilia, dove lavoro da tre anni post diploma. Riposo pomeridiano e allenamento serale tre volte alla settimana, a cui unisco un po’ di palestra. Tutto rigorosamente a mie spese: capite bene quanto siamo lontani dal professionismo di Canada e Stati Uniti». 

Cosa serve per arrivare in nazionale? 

«Passione, prima di tutto. L’ho ricevuta dal papà quando ero piccolino, ma solo a 16 anni ho iniziato a crederci veramente. Poi una federazione che ti sostiene, come la Fisb, riconosciuta anche dal Coni: è uno sport costoso, e senza la fornitura di sfere, scarpe e attrezzatura di base non saremmo nemmeno partiti per Hong Kong. Infine, una ovvia dose di talento: quando inizi a vincere tutto diventa improvvisamente più chiaro». 

Nel suo futuro c’è il bowling o il forno di famiglia? 

«Spero di diventare profeta in patria, senza dover emigrare negli Stati Uniti per diventare professionista. Ma piedi per terra: la mamma ha bisogno di aiuto dopo due settimane fuori, e questa è l’unica priorità attuale».