11 dic 2018

Rimini, un gruppo di minorenni dietro le bombe contro i profughi

Cinque ragazzini denunciati per gli attentati alla Centofiori di Spadarolo

alessandra nanni
Rimini 16-02-2017 - Profughi ex scuola Spadarolo. ©  Adriapress.
I carabinieri di Rimini sono riusciti a risalire agli autori dei due attentati alla Centofiori di Spadarolo

Rimini, 11 dicembre 2018 - La notizia sconcertante è che chi ha gettato le molotov contro la Centofiori che ospita i profughi è un gruppo di ragazzini, dove il più ‘vecchio’ ha 18 anni. Cinque i giovani, di cui quattro minorenni, denunciati dai carabinieri di Rimini per danneggiamento e fabbricazione e detenzione di materiale esplodente. Il movente? Dai primi interrogatori sembra che non l’abbiano chiaro nemmeno loro. Qualcosa che hanno sentito, magari sui social, forse uno screzio con uno degli ospiti. Nessuno ha chiarito più di tanto, ed è un aspetto che gli investigatori sono intenzionati ad approfondire. Anche se è facile supporre che l’abbiano vissuta più come un ‘bravata’, non distinguendo tra la realtà e un videogioco.

Il più giovane ha 16 anni, l’unico maggiorenne ne ha 18. Sono tutti residenti tra Villa Verucchio, Poggio-Torriana e Spadarolo. Due gli episodi che vengono contestati loro. Il primo quello della notte tra il 27 e il 28 ottobre, quando due bottiglie incendiarie vennero piazzate davanti al portone della Centofiori di Spadarolo, erano fatte talmente male che non esplosero. Il secondo, quello del 31 ottobre: una specie di bomba-carta buttò tutti giù dal letto e danneggiò il portone. Due episodi del genere nell’arco di pochi giorni erano decisamente inquietanti, c’erano state molte reazioni, senza contare la paura in cui avevano cominiato a vivere gli ospiti della struttura. Chi ipotizzava un messaggio politico, chi un gesto di intolleranza o peggio di razzismo.

L'indagine dei carabinieri, coordinati dal sostituto procuratore Paolo Gengarelli, si concentra fin dall’inizio su un particolare ‘interessante’: la bottiglia in vetro di acqua minerale usata per la molotov contiene un pezzo di stoffa, più precisamente di tovaglia, di quelle usate nei ristoranti. Da lì partono quindi i militari che vanno a verificare chi tra i ristoratori ordina quella marca di acqua. E fanno tombola. Perchè dopo qualche controllo a vuoto, arrivano in un ristorante dove anche le tovaglie sono identiche allo straccio trovato nella molotov.

Chiedono spiegazioni, ma mentre il titolare del locale cade dalle nuvole, il figlio, difeso dall’avvocato Luca Greco, crolla invece quasi subito. E ammette che sì, la notte delle bottiglie e della bomba carta c’era anche lui. A quel punto non resta che ricostruire la comitiva, e grazie ai tabulati telefonici, gli inquirenti non ci mettono molto a individuare tutti i componenti del gruppo. Ragazzini incoscienti, ognuno dei quali racconta la sua versione dei fatti. Qualcuno, come il verucchiese, difeso da Piero Ippoliti, si chiama fuori dall’«azione», sostenendo di essere rimasto in auto e di non sapere nemmeno cosa andavano a fare lì. Comunque un gesto sconsiderato, ma dove la ‘valenza politica’ sembra entrarci ben poco. E c’è da chiedersi se sia meglio o peggio.

 

 

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