La cinese, assunta come colf, in realtà faceva la lucciola
La cinese, assunta come colf, in realtà faceva la lucciola

Rimini, 8 febbraio 2019 - Assunta come domestica da una connazionale in realtà faceva la prostituta. E dopo essere stata ripetutamente fermata dalla polizia mentre batteva i marciapiedi, la Questura le ha revocato il permesso di soggiorno. Lei, una giovane cinese arrivata a Rimini da alcuni anni, ha fatto ricorso per riuscire a riaverlo. Ma i giudici del Tar le hanno dato definitivamente torto confermando il rifiuto del permesso già disposto dal questore Maurizio Improta.

La sentenza è stata pubblicata proprio in questi giorni, dopo un tira e molla andato avanti per un anno e mezzo. La Questura le aveva revocato il permesso nell’ottobre 2017, dopo aver fermato la ragazza cinese in più di un’occasione, durante i blitz anti-prostituzione. La giovane, che ‘lavorava’ anche nella zona vicino alla chiesa di San Nicolò e in piazzale Carso (dove si prostituiva anche in pieno giorno), ha provato a riottenere il permesso dimostrando di avere un regolare contratto come collaboratrice domestica. Faceva la colf presso un’altra cinese. Ma la Questura ha accertato che quel contratto, stipulato nel 2017, era una farsa e andava pertanto considerato «strumentale alla domanda di rinnovo del permesso di soggiorno».

Anche perché la cinese che l’aveva assunta, si è scoperto poi, aveva un reddito dichiarato di appena 7.500 euro, quindi « del tutto insufficiente» a garantire lo stipendio da colf della connazionale. Inoltre non si capiva quando la ragazza cinese lavorasse come collaboratrice domestica, dal momento che «è stata spesso individuata e fermata» dagli agenti durante i controlli anti-prostituzione. Per la polizia insomma la fonte principale di reddito della giovane non veniva quindi dalle (presunte) pulizie fatte a casa dell’amica, ma dalla strada.

Quando la Questura le ha negato, per questi motivi, il rinnovo del permesso, la cinese ha fatto ricorso urgente al Tar, chiedendo la sospensiva del provvedimento. I giudici del tribunale regionale l’hanno respinto, ma la cinese ha poi ottenuto la sospensione con il successivo ricorso al Consiglio di Stato. Il caso è tornato davanti al Tar, che entrando nel merito della vicenda ha di nuovo dato torto alla cinese, decidendo definitivamente che non merita il permesso di soggiorno. Fondamentali sono state le prove portate dalla Questura, che ha dimostrato come il contratto da colf fosse fittizio e che il vero lavoro della cinese fosse quello di prostituta. Da qui la decisione dei giudici di non rinnovarle il permesso di soggiorno.