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8 mag 2022

Covid, Giacomo Gorini: "L’immunità è come un muscolo, va allenata"

Il libro del giovane ricercatore riminese, che ha lavorato per mesi al vaccino studiato dall’Università di Oxford

8 mag 2022
lorenzo muccioli
Cronaca
Giacomo Gorini, 33 anni, ha fatto parte del team che ha testato il vaccino dell’Università di Oxford
Giacomo Gorini, 33 anni, ha fatto parte del team che ha testato il vaccino di Oxford
Giacomo Gorini, 33 anni, ha fatto parte del team che ha testato il vaccino dell’Università di Oxford
Giacomo Gorini, 33 anni, ha fatto parte del team che ha testato il vaccino di Oxford

Rimini, 8 maggio 2022 - "A 31 anni mi sono trovato in quel laboratorio, mentre il mio Paese e il mondo intero, là fuori, erano fermi, terrorizzati. Ho capito che avevo davanti a me l’occasione di fare qualcosa di concreto, di incidere realmente". Giacomo Gorini, 33 anni, ricorda quei mesi durante i quali si è ritrovato a far parte del team che ha testato il vaccino allo Jenner Institute dell’Università di Oxford come uno dei punti di vista della sua vita. Un’esperienza che il giovane immunologo riminese racconta nel suo libro "Malattia Y. Dal vaccino alle nuove frontiere della medicina" (Piemme), che sarà presentato il 10 maggio al Fulgor. A dialogare con lui l’ex sindaco Andrea Gnassi.

Quanto ha influito la sua esperienza sulla scrittura del libro?

"Nel volume c’è tanto di me: la mia biografia, le cose che ho avuto modo di vedere. Ma l’esperienza individuale è solo il punto di partenza per una riflessione più ampia sulle nuove prospettive che, dopo l’emergenza Covid, si sono aperte per la medicina, le biotecnologie e la comunicazione in ambito sanitario. Ma parlo anche del mio rapporto con l’Italia, e di quello che il nostro Paese può fare sul fronte della formazione".

A proposito di Italia: lei è il classico esempio di ‘cervello in fuga’.

"All’estero ho trovato la mia vocazione e la possibilità di farne una professione. Ma non sono sempre stato un bravo studente. Al ginnasio ho addirittura rischiato la bocciatura".

Uno dei temi centrali nel libro è quello della comunicazione .

"La sanità non può prescindere da essa. Con il mio team ho lavorato al test del vaccino Astrazeneca. Sono stati commessi errori gravissimi, per quanto riguarda la comunicazione, che hanno determinato un clima di diffidenza verso il vaccino. La Gran Bretagna ha investito 160 milioni in una campagna ad hoc e i risultati si sono visti".

L’Italia ha dichiarato la fine dello stato d’emergenza: stiamo uscendo dalla pandemia?

"Difficile parlare di fine dell’emergenza quando ogni giorno si registrano ancora 150 decessi. L’allentamento delle misure è comunque un segnale positivo: significa che la pressione sugli ospedali non preoccupa più. La situazione va comunque monitorata, perché non sappiamo ancora in che modo il virus muterà".

Le varianti potrebbero far nuovamente esplodere i contagi?

"Finora i vaccini hanno retto bene, ma non è da escludere una forma di immunoevasione, ovvero la tendenza del virus a ‘fuggire’ dal vaccino. La guardia va tenuta alta, ma anche noi possiamo fare molto: l’immunità è come un muscolo, va allenato e mantenuto tonico. Occorre procedere in maniera puntuale, estendendo la copertura".

Rimini continua ad essere maglia nera per le vaccinazioni.

"Mi limito a commentare questo dato con una frase di Mario Draghi: l’invito a non vaccinarsi è un invito a morire".

Progetti per il futuro?

"Ho lasciato il mondo accademico e sono tornato a Rimini. I sogni nel cassetto sono tanti. Intanto è be llo essere di nuovo a casa".

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