Il campione Marco Pantani
Il campione Marco Pantani

Rimini, 5 settembre 2015 - «Le questioni sollevate più che a indicare indagini supplettive utili a scoprire elementi di un delitto non indagato, tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza e adeguatezza delle indagini del 2004 e a far ritenere falsi i suoi risultati, verosimilmente per cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza e dell’utilizzo di psicofarmaci e accreditare l’immagine di una persona vittima incolpevole di violenze e complotti».

Non va troppo per il sottile, il procuratore della Repubblica di Rimini, Paolo Giovagnoli, nelle conclusioni alle 20 pagine con cui ieri ha chiesto al gip l’archiviazione del ‘caso Pantani’. Un’inchiesta per omicidio aperta dopo l’esposto presentato dalla famiglia del Pirata e che Giovagnoli chiude sostenendo, senza mezzi termini, che nella denuncia non c’era uno straccio di indizio che andasse nella direzione di un delitto, ma solo illazioni prive di elementi concreti. Anzi, le ulteriori indagini e perizie hanno confermato che i poliziotti riminesi che lavorarono all’epoca hanno scoperto solo la verità. E, aggiunge, «tantomeno emergono elementi che facciano ipotizzare condotte dolose della polizia giudiziaria per alterare i risultati delle indagini». Un’accusa, questa, che non era mai stata fatta esplicitamente, ma che il procuratore ha, evidentemente, letto in quel modo. Giovagnoli suppone quindi che l’esposto fosse strumentale a riscrivere la ‘fine’ del grande campione. Non quella di un uomo piegato dal dolore che si era rifugiato nella droga e negli antidepressivi che alla fine l’hanno ucciso, ma di una possibile vittima di omicidio.

Nella richiesta di archiviazione, Giovagnoli cita il perito della procura, il professor Franco Tagliaro, che ha concluso che la morte di Pantani è stata causata più che dalla cocaina, presa comunque in grandi quantità, dall’assunzione eccessiva di farmaci, soprattutto della trimipramina. Giudicando verosimile «una volontà suicidaria, fatta salva la possibilità di un fatale errore». Un errore che poteva commettere un uomo alterato dalla droga al punto, raccontarono all’epoca i testimoni dell’hotel, che aveva passato le ultime ore della sua vita delirando e vedendo nemici immaginari. «La morte – dice Tagliaro – sarebbe avvenuta anche in assenza di cocaina, questa però ha avuto un ruolo devastante nel manifestarsi e svilupparsi della sindrome depressiva che ha portato all’assunzione del farmaco». Il Pirata è morto di sua mano, e poco importa quanto fosse lucido quando ha ingoiato quei farmaci.

Il procuratore affronta anche punto per punto tutte le ‘contestazioni’ sollevate nell’eposto presentato dall’avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Rensis. Le ferite presenti sul corpo del Pirata che secondo il perito di parte facevano ritenere che fossero dipese da colpi dati con mezzi non identificati; ai mobili trovati spostati «ma non lanciati»; l’accesso dal parcheggio al residence che non era controllato; il filmato della Scientifica con le riprese interrotte; le posate cadute a terra; le critiche al fatto che la Polizia si era mossa nell’appartamento senza adeguate protezioni; il ‘bolo’ di cocaina che gli infemieri e l’autista dell’ambulanza intervenuti sostengono di non avere visto e che compare invece nei filmati; la lacerazione dei materassi. Infine la presenza dell’amico di Pantani, Michael Mengozzi, sul luogo del decesso nelle prime fasi delle indagini. ‘Gialli’ da svelare, sostiene la famiglia. Circostanze già ampiamente chiarire, «allusioni» che non nascondono alcun mistero, liquida invece il procuratore. Che i mobili fossero stati spostati e non lanciati, scrive Giovagnoli, sono «imprecisioni descrittive che non cambiano lo stato delle cose (tantopiù in presenza di un filmato) e specularvi sopra non conduce a nulla di diverso da quanto già acclarato, e cioè che Pantani si fosse barricato all’interno della stanza ammassando degli ostacoli davanti alla porta di ingresso».

Porta che avevano dovuto forzare per riuscire ad entrare. Il filmato, continua, viene semplicemente interrotto nei momenti del sopralluogo in cui le riprese non erano necessarie. Quanto alla lacerazione dei materassi «che si vuol far passare quale ‘disordine organizzato’ per sostenere che da parte degli inquirenti si è volontariamente alterata la scena del crimine, è sufficiente il rimando agli atti del 2004, dove si dà atto che l’ispettore procedeva a tagliarli alla ricerca di stupefacenti. Ogni altra considerazione è superflua».