Morta dopo il parto, chiesto il rinvio a giudizio per il medico (foto d'archivio Ravaglia)
Morta dopo il parto, chiesto il rinvio a giudizio per il medico (foto d'archivio Ravaglia)

Rimini, 11 luglio 2019 - Aveva dato alla luce due gemelli, ma era morta subito dopo di embolia polmonare. Secondo il pubblico ministero, Luca Bertuzzi, per quella tragedia c’è un responsabile: il medico che una settimana prima l’aveva visitata e rimandata a casa. Una dottoressa dell’Infermi, per la quale il magistrato ha chiesto ora il rinvio a giudizio, con l’accusa di omicidio colposo

Cristiana Cecchetti, 36 anni, di Scavolino (Pennabilli), era morta di parto la notte del 12 febbraio del 2013. Una settimana prima aveva fatto un visita all’Infermi, dove risultando tutto a posto avevano programmato il parto per il 4 marzo. Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, la donna era partita di casa quella sera insieme al marito perchè accusava dei dolori. Lui l’aveva caricata in auto, diretto all’ospedale di Rimini, dal momento che in quello di Novafeltria non c’era il reparto di Ginecologia.

Erano ancora lontani dall’arrivare, quando la donna aveva cominciato ad accusare difficoltà respiratorie. Il marito naturalmente si era spaventato a morte, aveva bloccato l’auto e si era attaccato al telefono, per chiamare il 118. Erano stati raggiunti dall’ambulanza con il medico, e questi si era subito reso conto che la giovane donna si trovava in condizioni critiche. Ad attenderla a Rimini c’era uno squadrone di medici, ma la situazione era ormai gravissima. Non potevano fare altro che portarla in sala parto e far nascere i gemellini, prima che fosse troppo tardi. Lorenzo e Marianna erano venuti alla luce sani e salvi, ma per Cristiana non c’era stato nulla da fare. Era stato lo stesso ospedale a disporre l’autopsia per cercare di scoprire la causa di quella tragedia, e l’autopsia aveva accertato che la donna era morta per un collasso polmonare. Problema causato da uno scompenso cardiaco

La morte di Cristiana era finita sul tavolo della Procura che aveva aperto un’inchiesta. Erano state acquisite le cartelle cliniche e incaricato un perito. Di lì a poco, il medico riminese che l’aveva visitata una settimana prima era stata iscritta nel registro degli indagati. Secondo l’accusa, quella di Cristiana era ritenuta una gravidanza a rischio, per l’obesità della donna e perchè si trattava di un parto gemellare. Gli inquirenti avevano concluso che la dottoressa non avesse approfondito le sue condizioni cliniche, omettendo di misurare la pressione arteriosa, di eseguire il test necessario «e conseguente di disporre un ricovero in ospedale o l’anticipazione programmata del parto che avrebbero consentito di affrontare tempestivamente l’embolia polmonare». Nei giorni scorsi la dottoressa, difesa dall’avvocato Piero Venturi, è stata sentita a lungo dal magistrato. Al quale ha spiegato che l’ambulatorio in cui effettuava le visite non era deputato alle gravidanze a rischio, e che il suo compito era semplicemente quello di stabilire le modalità del parto, se naturale o in altro modo. Quanto alla pressione, sicuramente l’ha misurata, come fa ogni volta. Se non era stata riportata è perchè i valori erano nella norma.