Olga Matei
Olga Matei

Riccione (Rimini), 3 marzo 2019 - Un femminicidio, quello di Olga Matei, che a novembre la Corte d’assise d’appello di Bologna aveva chiuso con 16 anni di carcere, contro i 30 inflitti in primo grado. Ora sono arrivate le motivazioni e si scopre che sullo sconto che ha dimezzato la pena ha pesato anche e soprattutto una ‘attenuante’: «una soverchiante tempesta emotiva e passionale». Nemmeno il colpevole, reo confesso, il cesenate Michele Castaldo, un operaio con la fissa delle cartomanti, probabilmente ha capito bene cosa significa. 

AGGIORNAMENTO / La procura ricorre in Cassazione

Michele Castaldo, 54 anni, operaio di origine campana, ma residente a Cesena
«Non ci hai azzeccato, l’ho ammazzata». La prima a sapere che Castaldo aveva ucciso Olga era stata la sensitiva da cui lui quasi dipendeva. Era stata lei, la mattina del 6 ottobre del 2016, ad allertare i carabinieri di Riccione. Olga, 46 anni, commessa in un negozio di ottica e con una figlia piccola che adorava, poco dopo era stata trovata strangolata nel suo appartamento. Assassinata la sera prima da quell’uomo che frequentava da appena un mese e mezzo, ma talmente geloso e possessivo da convincerla a troncare la relazione. Subito dopo il delitto, Castaldo era tornato a casa e aveva ingoiato un bel po’ di aspirine, in un maldestro tentativo di suicidio. L’avevano arrestato quella stessa mattina, e lui non aveva nemmeno tentato di difendersi. «Ho fatto una sciocchezza», si era limitato a dire, ed era talmente pentito che aveva deciso di morire insieme a Olga. Che fosse un tipo geloso fino all’ossessione, lo sapevano tutti, gli amici, la sorella e perfino la parrucchiera di Olga. Lui stesso l’aveva ammesso con il sostituto procuratore, Davide Ercolani, che l’aveva portato davanti al giudice con l’accusa di omicidio aggravato da motivi abbietti o futili.

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La  gelosia, appunto. Su Castaldo era stata fatta anche una perizia psichiatrica, e si era scoperto che la sua vita era stata disseminata di lutti e di tradimenti da parte delle donne. Ed era stato proprio lo psichiatra a coniare quella frase mutuata dal giudice. Secondo il perito l’uomo aveva agito sì in preda a una «soverchiante tempesta emotiva e passionale», ma per niente rilevante ai fini della sua capacità di intendere e di volere. Risultato: pena base ergastolo, ridotto a 30 anni per lo sconto del rito abbreviato. 

In appello era andata diversamente. Il procuratore generale, Paolo Giovagnoli, che ora sta valutando il ricorso in Cassazione, aveva chiesto la conferma della condanna. Ma la Corte era uscita con un verdetto di 16 anni, concedendo le attenuanti generiche equivalenti all’aggravante. Prima fra tutte, spiegano ora i giudici nella motivazione, c’è proprio la confessione. «Fu lo stesso Castaldo – scrivono nel dispositivo – a fornire sostanzialmente la prova dell’aggravante dei motivi abbietti o futili che verosimilmente non sarebbe stata contestata se egli non avesse parlato della sua gelosia». Ossessione, a onor del vero, che era a conoscenza invece di un bel po’ di gente. Altra circostanza attenuante, quella, appunto, della «soverchiante tempesta emotiva e passionale» che secondo i giudici «manifestò subito dopo anche col teatrale tentativo di suicidio». Infine, l’intenzione di risarcire la figlioletta della vittima con la sua parte di proprietà. Pena base: 24 anni, ridotti a 16 per il rito abbreviato.

COMMENTO Giustizia scivolosa di Beppe Boni