La Polizia postale era riuscita a infiltrarsi nella ‘rete invisibile’ di pedofili
La Polizia postale era riuscita a infiltrarsi nella ‘rete invisibile’ di pedofili

Rimini, 19 ottobre 2019 - Aveva inviato a un pedofilo la foto di sua figlia, e quello gli aveva restituito l’immagine della bambina ‘modificata’, al punto che lui stesso si era quasi sentito male. Era stato in quel momento, aveva raccontato poi agli inquirenti, che aveva deciso di farsi curare da uno psicologo e allontanarsi da quel mondo sotterraneo e aberrante pieno zeppo di mostruosità che vedeva vittime i bambini. L’uomo, all’epoca guardia giurata, di 45 anni, all’epoca impiegato nel settore della sicurezza, è in questi giorni alla sbarra davanti al Tribunale di Rimini, con l’accusa di avere diffuso materiale pedopornografico.

La maxi inchiesta su una spaventosa rete di pedofili, era partita da Catania. Si trattava dell’«Operazione Tor», così come era stata battezzata dagli investigatori della Polizia postale. Dopo un lavoro certosino, le divise erano riuscite a individuare e ad entrare in una rete invisibile denominata ‘deep web’. Una sorta di bacheca virtuale, dove un gruppo di feroci pedofili si scambiava materiale che quasi sempre erano loro stessi a produrre. I primi a essere identificati erano stati una madre (poi arrestata) e il figlio di 10 anni, di cui abusava travestita da suora.

Immagini sconvolgenti che, avevano scoperto i polizotti, erano soltanto l’inizio di un abisso di orrore. Avvalendosi di agenti sotto copertura, gli inquirenti erano riusciti alla fine a ricostruire l’intero gruppo di ‘orchi’. Nella rete della Polizia postale, erano finite una cinquantina di persone, e tra gli indagati risultava anche un riminese, in stretto contatto con uno degli arrestati, un piemontese. La posizione del riminese era finita alla Distrettuale antimafia di Bologna, competente per reati di questa natura.

La polizia postale aveva fatto quindi scattare la perquisizione nel suo appartamento. La casa era stata rovesciata come un calzino e gli agenti si erano portati via il suo computer, dove erano state trovate parecchie immagini pedopornografiche. La foto della figlia, per sua stessa ammissione, era stata invece inviata via mail a un altro del gruppo, il quale, appunto, gliela aveva restituita dopo avere fatto delle ‘modifiche’ che facevano rivoltare lo stomaco.

L’immagine che aveva mandato, aveva spiegato, era sì di sua figlia, ma la bambina era completamente vestita e certo non in atteggiamenti ‘strani’. Ma quello che gli era tornato indietro, aveva fatto accapponare la pelle anche a lui. L’uomo, difeso dall’avvocato Giovanna Ollà, era finito indagato per detenzione di materiale pedopornografico, ma si era difeso sostenendo che il suo ‘interesse’ non era nei confronti dei bambini, ma verso gli adolescenti.

Era entrato così in uno di quei siti sotterranei, scoprendo un mondo nascosto e inimmaginabile, dove i bambini venivano martoriati e violentati dalle stesse persone che si sarebbero invece dovute occupare di loro. Aveva frequentato quell’universo parallelo per alcuni mesi, ma era stato proprio quando gli era stata restituita la foto della sua bambina in quelle condizioni, che aveva deciso di chiudere con quell’orrore a cui si era trovato di fronte. Si era reso conto di avere un problema serio e aveva cominciato un percorso terapeutico con uno psicologo che l’aveva aiutato a venirne fuori

Il riminese era stato rinviato a giudizio per diffusione di materiale pedopornografico e l’altro giorno si è aperto il processo che lo vede sul banco degli imputati. Il primo a testimoniare è stato un ispettore della Polizia, quindi il giudice ha rinviato per la discussione e la sentenza al gennaio del 2020.