Night Club in una foto d'archivio Germogli
Night Club in una foto d'archivio Germogli

Riccione, 10 gennaio 2019 - Si chiude con tre condanne il primo grado del processo sulla Perla, il night club dove piombarono nell’autunno del 2015 i carabinieri per fermare il giro di prostituzione che si era creato. Le manette erano scattate per cinque indagati. Nella primavera del 2017 era iniziato il processo che aveva visto uscire subito di scena Pucci Cappelli, famoso viveur riminese, che aveva sempre negato ogni coinvolgimento nella prostituzione, e Vittorio de Leo, faentino, uno dei gestori del locale. Entrambi avevano chiesto di patteggiare la pena.

Il processo era proseguito per i rimanenti tre imputati con l’accusa di favoreggiamento della prostituzione. Si tratta di Rodolfo Luciani, gestore e amministratore del locale, l’imolese Luca Lombini che svolgeva il ruolo di autista delle ragazze e factotum del locale, e Aurel Mekuli, l’albanese con il compito di non far mancare la cocaina, assistiti dagli avvocati Antonio Tristani e Nicola De Curtis. La condanna maggiore è arrivata per Lombini, quattro anni, mentre Luciani è stato condannato a tre anni e dieci mesi. A Mekuli sono andati due anni e sei mesi, ma ad oggi l’albanese non è reperibile avendo fatto perdere le proprie tracce.

Le manette erano scattate il 6 ottobre del 2015 quando i carabinieri avevano chiuso il cerchio sull’‘Operazione Ubris’, presentandosi dai cinque indagati, faceti parte dello staff del locale.

Coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica, Paolo Gengarelli, gli inquirenti avevano scoperto che nel locale le ragazze non si limitavano a intrattenere i clienti facendogli bere litri di champagne al tavolo. Si concordavano gli extra con le ragazze e in questo l’azienda aveva un ruolo chiave secondo gli inquirenti. Una parte sostanziosa delle serate cosiddette ‘piene’ andava alle stesse ballerine romene, moldave e albanesi, mentre il resto finiva ai gestori.

I clienti gradivano, tanto che alcuni erano disposti a pagare fino a 1.200 euro per una serata. Ce n’era stato uno in particolare che pur di non rinunciare alle ore trascorse con la ragazza, aveva chiesto di pagare con un assegno postdatato. Un meccanismo che pareva ben oliato, tranne che per un ingranaggio. Era stata una ballerina a chiamare i carabinieri denunciando quanto le veniva chiesto come extra. Il resto era emerso ascoltando una intercettazione telefonica.