Lo psichiatra specialista al Policlinico Gemelli, Federico Tonioni
Lo psichiatra specialista al Policlinico Gemelli, Federico Tonioni

Roma, 23 ottobre 2017 - «Sempre più ragazzi riducono la loro esistenza alle piattaforme social, vale solo quello che si fotografa, posta, condivide, in uno stato di dipendenza dal carattere patologico. Come se ciò che accade nella vita reale per loro non si verificasse affatto». Che cosa si muove nelle menti di questi giovani è oggetto di studio quotidiano per lo psichiatra Federico Tonioni. Classe 1968, lo specialista al Policlinico Gemelli di Roma coordina il gruppo di intervento contro la dipendenza da Internet.

È un malato di web anche il ragazzo che, invece di soccorrere un motociclista agonizzante, telefonino alla mano, filma in presa diretta su Facebook una scena raccapricciante?

«Più che per una sorta di narcisismo e di ricerca della popolarità, spesso riscontrabili in pazienti di questo tipo, mi pare che il giovane in questione si sia connesso al web per una sorta di autodifesa. In preda al panico, per non essere schiacciato dalla responsabilità e dall’angoscia, si è rifugiato nel social».

La dissociazione dal reale, però, è identica a quella di chi ha in Internet la propria droga.

«Il meccanismo è quello. Anche qui assistiamo a un estromettersi dal presente. Il raccontare su Facebook quanto stava accadendo davanti ai suoi occhi è servito a questa persona per non partecipare, perché probabilmente non era in grado o non voleva, quantomeno inconsciamente, affrontare la situazione. E con questo non voglio certo giustificarlo, né condannarlo. Non sta a me farlo».

Al netto della tragedia di Riccione, cresce il numero di ragazzi che abdicano alla vita reale per chiudersi nei social o, più in generale, nel web?

«Il fenomeno è sicuramente in aumento, nei nostri ambulatori lo riscontriamo quotidianamente. Dal 2009 a oggi abbiamo preso in carico oltre 1.200 nuclei familiari, per lo più segnati da qualche disturbo nell’affettività».

L’iperconnessione è il primo campanello d’allarme?

«Non proprio. Facebook e Twitter incarnano una nuova forma di comunicazione che non va demonizzata a priori e in cui tutti o quasi invischiati. Il rischio clinico si ha, invece, nel momento in cui questi giovani rinunciano ad uscire con gli amici, al loro tempo libero per stare davanti allo schermo».

Tutto virtuale, niente reale?

«C’è in questi pazienti una grande difficoltà nel provare e tollerare le emozioni dal vivo. Queste devono essere filtrate in quanto non si riescono più ad assorbire. Due ragazzi parlano anche sulla chat, ma in questo modo nel rapporto si perde il rossore, l’espressività dei loro volti. I corpi parlano e molti giovani non sono in grado di sopportarlo».

Che cosa innesca tutto questo?

«Un nuovo tipo di assenza genitoriale. In molti casi, quando questi pazienti erano ancora dei bambini, i loro padri e le loro madri hanno usato i cellulari e i pc come delle babysitter. Come dire, la dissociazione questi ragazzi l’hanno sperimentata, in maniera costante, fin da quando erano piccoli».