Il giudice ha riconosciuto il diritto benché la coppia gay non fosse unita civilmente
Il giudice ha riconosciuto il diritto benché la coppia gay non fosse unita civilmente

Rimini, 17 marzo 2019 - "Anche il convivente more uxorio della vittima ha diritto a richiedere di essere risarcito. Come i suoi genitori, come sua sorella e suo fratello". La decisione del giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Rimini, Manuel Bianchi, non lascia dubbi: il compagno e convivente di Mario Otello Mastrorillo è un membro della famiglia, come i genitori e i fratelli (tutti e cinque sono assistiti dagli avvocati Marco e Monica Lunedei e Flavio Moscatt) e per questo è stato riconosciuto il suo diritto a costituirsi parte civile nel processo che vede imputato per omicidio stradale un albanese di 26 anni, Mohamed Koni.

Mario Mastrorillo e il suo compagno erano una famiglia. Da cinque anni vivevano insieme: stesso indirizzo, stessa residenza, niente di nascosto. Insieme pagavano le bollette, l’affitto. Avevano progettato di sposarsi. Si erano persino scambiati due fedi a sigillare quell’amore prima di perfezionarlo in Comune. Stavano anche scegliendo insieme l’appartamento da acquistare. Erano andati in giro per le agenzie immobiliari a visionare case su case. 

Insieme avevano adottato una cagnolina, Sofia. Ma non c’è stato tempo per coronare i loro sogni: la legge Cirinnà era stata approvata da pochi mesi e loro pensavano di avere davanti una vita. Invece un’auto pirata si è portata via tutto. In un attimo. Così quegli atti, quei gesti quotidiani, documenti, bollette sono finiti in un dossier di 40 pagine e portati al giudice affinché capisse che quell’uomo era davvero il compagno di vita di Mario, non uno sconosciuto. E il giudice Bianchi ha capito e ha rigettato l’eccezione della difesa dell’albanese che aveva tentato di opporsi alla costituzione di parte civile del fidanzato gay. Anche lui è una vittima e anche lui ha diritto a essere risarcito. 

Mario, infatti, non c’è più. Se n’è andato il 31 agosto 2017 dopo aver lottato, per un anno. Era stato investito, l’11 settembre 2016, in sella alla sua bicicletta sul lungomare di Torre Pedrera, da un’auto pirata che era fuggita, senza prestargli soccorso e lasciandolo, agonizzante, sull’asfalto. Solo dopo due giorni il pirata della strada, Mohamed Koni, si era costituito. Non aveva mai conseguito la patente in Italia.

Per un anno, la famiglia e il compagno di Mario avevano sperato che il loro caro uscisse dal coma. Invece quella speranza si è trasformata in un dolore senza fine con la morte di Mario. Mentre era ancora in vita, seppur in uno stato vegetativo, il cameriere, tramite la battaglia legale intrapresa dai suoi avvocati, era riuscito ad ottenere dall’assicurazione una prima tranche di risarcimento. Poi da allora più nulla. L’assicurazione si è rifiutata di risarcire genitori, fratelli e compagno del danno per la perdita del congiunto. Adesso però è arrivata la decisione del gup Bianchi: tutti e 5 ammessi come parte civile al processo contro l’albanese.