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Stupro di Rimini, il giudice. "Feroci e inutilmente spietati" / FOTO e VIDEO

Il maggiorenne Butungu cambia versione. Nelle carte l'allucinante racconto dei due turisti polacchi

di GRAZIA BUSCAGLIA
Ultimo aggiornamento il 7 settembre 2017 alle 10:58
Guerlin Butungu, congolese, l'unico maggiorenne tra gli arrestati (foto Migliorini)

Rimini, 6 settembre 2017 - Il branco resta in carcere. Così hanno stabilito ieri due differenti giudici, quello del tribunale dei minorenni di Bologna per i tre, i due fratelli marocchini e il loro amico nigeriano e il gip, Vinicio Cantarini, per l’unico maggiorenne, Guerlin Butungu, il ventenne congolese, ritenuto il capo del branco. E la descrizione che esce dalle due ordinanze del gruppo fa riflettere. «Feroci, inutilmente cattivi, crudeli e spietati».

Parole pesantissime quelle usate dal gip del tribunale dei minorenni di Bologna, che ha convalidato il fermo dei tre minorenni, due fratelli marocchini di 14 e 17 anni e del loro amico nigeriano di 16 anni, disponendo la custodia cautelare in carcere e il divieto di comunicare tra di loro. «I fatti sono espressione di elevatissimo spessore criminale e di particolare ferocia, di brutalità e inutile cattiveria con cui sono state inflitte feroci sofferenze alle vittime».

Come la totale indifferenza alle urla della turista polacca, violentata, a turno ripetutamente dal gruppo. «Mi tenevano per la gola quasi a strozzarmi, facendomi restare senza respiro», recita l’ordinanza del gip bolognese. Brutalità e crudeltà coniugate all’infinito in un incubo durato un’ora. «Venivo trascinata in acqua come per lavarmi o per per farmi riprendere mentre mi urlavano ‘I kill you’». 

Poi i quattro, senza pietà, l’hanno stuprata ancora, mentre l’amico era immobilizzato a terra. Ed è proprio lui a dirlo, come si legge nell’ordinanza del gip: «Mentre ero a terra, tenuto da due persone con il viso sulla sabbia, ho chiesto dell’acqua perché, stavo soffocando e loro mi hanno risposto che mi avrebbe dato dell’acqua di mare. Sentivo la mia amica chiedere aiuto, ma non potevo far nulla. Mi hanno perquisito per prendermi il cellulare e poi mi hanno colpito ancora».

Ieri mattina a essere interrogati per primi sono stati i fratelli marocchini (difesi dall’avvocato Paolo Ghiselli), che hanno risposto a tutte le domande, cercando di sminuire le proprie responsabilità per quanto riguarda la violenza sessuale. Davanti al giudice hanno avuto un momento di cedimento, versando qualche lacrima. Poi è toccato al nigeriano di 16 anni, raccontare quello che era accaduto. «Ha capito la gravità di quello che è successo ed è pentito di quello che è accaduto», ha detto il suo difensore, Giovanna Santoro.

E sempre ieri mattina è comparso davanti al gip, ma a Rimini, anche Guerlin Butungu (difeso dall’avvocato Ilaria Perruzza). «Io ho cercato di evitare gli stupri», ha detto al giudice, cambiando così la sua prima versione. «Sono stati i tre ragazzini a fare violenza». Ha spiegato di essersi intrattenuto con il polacco, ma di non aver partecipato a nessuna violenza. «Ho fatto sesso con la trans, ma era a pagamento. Abbiamo poi litigato sul prezzo e per vendicarmi i tre l’hanno violentata».

Ma la sua versione non ha convito il giudice che nell’ordinanza che lo tiene in carcere parla di un ragazzo «dall’indole particolarmente malvagia e violenta, incapace di frenare o controllare malsani istinti e appetiti sessuali, del tutto insensibile al rispetto dell’altrui integrità fisico/sessuale, a dispetto di un fare e di un aspetto apparentemente gentile ed educato, forse anche abilmente utilizzato proprio per adescare giovani vittime. In lui non un segno di pentimento, neanche qualche maturata consapevolezza dell’estrema gravità delle azioni compiute».

Proprio quel Butungu che nell’aprile del 2016 aveva raccontato alla commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale una storia strappalacrime. «Mio padre era membro del partito Mlc e per la sua attività è stato ucciso dai soldati in Congo nel 2006, lasciandomi orfano. Mi sono spostato in Congo Brazzaville prima di spostarmi in Libia. Ho anche una figlia di tre anni». E secondo la commissione quel racconto era «credibile e coerente».

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