Il maresciallo Gabbani con i collaboratori davanti alla sua caserma

Rimini, 4 settembre 2017 -  "Devono restare in carcere", questa è la linea che seguirà la Procura per i minorenni di Bologna, guidata dal procuratore Silvia Marzocchi, per i tre giovanissimi accusati del doppio stupro di Miramare di Rimini (il quarto accusato è Guerlin Butungu, congolese, l'unico maggiorenne).

Guerlin Butungu, congolese di 20 anni

Le udienze di convalida dei fermi emessi nei confronti dei due fratelli marocchini di 15 e 17 anni e del nigeriano di 16, ora trattenuti nel centro di prima accoglienza del Pratello, sono fissate per domani davanti al Gip del tribunale per i minori. I tre ragazzini negano, con dei distinguo, il coinvolgimento negli stupri anche se ammettono le aggressioni e le percosse alla transessuale peruviana, salvo poi dire che il rapporto è stato consenziente. "Eravamo pieni di alcol e droga", hanno però raccontato. "Lui dava ordini e noi ubbidivamo come cani" ha detto il 17enne agli inquirenti, riferendosi a Butungu. 

Intanto, emergono particolari sulla confessione dei due ragazzini, che si sono presentati dai carabinieri spinti dal padre. Da quella confessione si è arrivati, in poche ore, alla cattura di tutto il branco di belve. La svolta giunge con una telefonata arrivata nella tarda mattinata di sabato scorso alla stazione dei Carabinieri di Montecchio di Vallefoglia (nel pesarese).

Un uomo chiede del comandante, il maresciallo Angiolo Giabbani. Il militare al centralino risponde che il comandante arriverà alle 14.30. A quell'ora, puntuali, si presentano alla stazione i due fratelli marocchini che confessano di aver partecipato agli 
stupri. A raccontare l'episodio all'Ansa è lo stesso maresciallo Giabbani. Al telefono, la mattina di sabato, era il padre dei due minorenni. Soggetto ben noto ai carabinieri di Vallefoglia perché si trova ai domiciliari e sono proprio i militari, spiega Giabbani, "a fare i controlli nelle diverse ore della giornata per verificare che l'uomo si trovi effettivamente nella sua abitazione. Io conosco lui e lui conosce me e quindi ha detto ai suoi figli di venire qui, parlare con noi e dire tutto, perché si fidava". 

Ma l'uomo al telefono non aveva chiarito i motivi della sua chiamata, "voleva soltanto accertarsi di quando ci sarei stato io. Appena hanno parlato - prosegue il comandante - l'ho subito chiamato per chiedergli se sapeva che i suoi figli si trovavano qui e lui mi ha detto di sì e che era stato proprio lui a mandarli". I due erano invece conosciuti ai carabinieri per una serie di furtarelli (motorini, biciclette, cellulari), ma sempre reati contro il patrimonio, non violenze a persone.

"Questa volta l'abbiamo fatta grossa", hanno detto. Probabilmente, riflette Giabbani, "si sono consegnati perché dopo la divulgazione delle immagini sapevano di avere le ore contate, avevano la consapevolezza che il cerchio si sarebbe stretto. La loro confessione ha poi fornito gli indizi per arrivare agli altri due membri del branco: non hanno fatto nomi e cognomi, anche perché spesso i ragazzi si conoscono con dei soprannomi, ma hanno dato gli elementi utili a catturare anche i complici". Un successo investigativo, nota il comandante, "che dimostra l'importanza della presenza capillare delle stazioni dei carabinieri anche nei piccoli paesi dove noi conosciamo le persone e riusciamo a stabilire rapporti che poi possono tornare utili".

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