Fabio e Roberto Savi durante il processo riminese che li vide condannati all’ergastolo
Fabio e Roberto Savi durante il processo riminese che li vide condannati all’ergastolo
Chi sapeva a Bologna, poco dopo la strage del Pilastro, che Fabio Savi deteneva un fucile Sig Manurhin calibro 222, una delle tre armi usate nell’eccidio dei carabinieri? Di certo la Criminalpol, messa al corrente dal vicequestore di Rimini Oreste Capocasa con tanto di missiva interna recapitata il 7 marzo 1991. E perché, con altro atto interno, nel 1995 la Digos di Bologna, nell’informare i pm Lucia Musti e Giovanni Spinosa della Dda, definì quel Manhurin "inedito"? Errori investigativi, dimenticanze o che altro dietro a quell’enorme pasticcio che, letto a 30 anni di distanza, porta a pensare che i Savi potessero essere fermati prima del 1994? ...

Chi sapeva a Bologna, poco dopo la strage del Pilastro, che Fabio Savi deteneva un fucile Sig Manurhin calibro 222, una delle tre armi usate nell’eccidio dei carabinieri? Di certo la Criminalpol, messa al corrente dal vicequestore di Rimini Oreste Capocasa con tanto di missiva interna recapitata il 7 marzo 1991. E perché, con altro atto interno, nel 1995 la Digos di Bologna, nell’informare i pm Lucia Musti e Giovanni Spinosa della Dda, definì quel Manhurin "inedito"? Errori investigativi, dimenticanze o che altro dietro a quell’enorme pasticcio che, letto a 30 anni di distanza, porta a pensare che i Savi potessero essere fermati prima del 1994?

Atto interno. Il 7 marzo 1991, rispondendo a una richiesta della Criminalpol del 18 febbraio, il vicequestore di Rimini informa che "presso l’armeria Savini di Rimini", il 18 gennaio 1989 Fabio Savi acquistò "una carabina semiautomatica Sig Manurhim cal. 222". Nessuno sapeva ancora chi fosse costui, e nemmeno che i suoi fratelli, Roberto e Alberto, erano in polizia, e che tutti, il 4 gennaio 1991, uccisero al Pilastro Andrea Moneta, Mauro Mitilini e Otello Stefanini. Certo, però, che qualcuno a Bologna fu informato da un atto ufficiale del fucile di Fabio Savi con "matricola 112825". Nel 1995 lo scenario però cambia. Il 18 gennaio, i dirigenti Digos, in risposta a una richiesta della Dda, informano che "il Sig Manuhrin 222", parte dell’arsenale sequestrato ai Savi e compatibile con la strage del Pilastro, fino a quel momento era "inedito".

Commissione Serra. Possibile?

Per lo scrittore Massimiliano Mazzanti, che ha trovato quei documenti e giovedì ha presentato un esposto indirizzato al procuratore, quello non fu un semplice pasticcio comunicativo. Oggi, ancora nessun fascicolo è stato aperto, anche se presto un ’contenitore’ a quell’atto e all’informativa dell’Arma con l’intercettazione Bersani, dovrà essere trovato.

Una chiave di lettura del caos dell’epoca, intanto, potrebbe arrivare dalla testimonianza dell’allora vicecapo della polizia Achille Serra, chiamato a deporre a metà degli anni ’90 a Rimini a uno dei filoni del processo Savi. Parole durissime, le sue, nei confronti della questura di Bologna, attorno alla quale Serra fu chiamato a stilare un rapporto sull’indagine amministrativa voluta dal ministro Maroni. Il prefetto, in aula, parlò di incomunicabilità tra gli uffici (nessuna sezione venne risparmiata), smania di protagonismo, funzionari impegnati a complicarsi la vita l’un l’altro e che parlavano solo via lettera. In questo marasma, forse, molti atti interni finirono nei cassetti. Dimenticati. Fu quella la fine del documento di Capocasa? O, peggio, venne fatto sparire? Commissione d’inchiesta. Per l’avvocato Francesco Antonio Maisano, difensore di uno degli imputati accusati ingiustamente per la strage del Pilastro, "è sconcertante scoprire l’ennesimo tassello chiave che, se condiviso all’epoca tra gli inquirenti, avrebbe evitato processi a innocenti. Mi chiedo se non sia arrivato il momento di promuovere una commissione parlamentare di inchiesta che, partendo dal rapporto Serra, restituisca verità". In Parlamento, intanto, dopo una prima interrogazione sull’intercettazione Bersani, ne arriva una seconda sempre dal deputato di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignani.

Nicola Bianchi