Armando Arcangeli con il suo avvocato Pier Giorgio Tiraferri di fronte all’ingresso  del tribunale di Rimini
Armando Arcangeli con il suo avvocato Pier Giorgio Tiraferri di fronte all’ingresso del tribunale di Rimini

Rimini, 12 dicembre 2015 - «Se ho sbagliato, l’ho fatto solo per salvare la Valleverde, la mia creatura che è stata tutta la mia vita». Aveva il mondo ai suoi piedi Armando Arcangeli, conosciuto ai tempi d’oro come il signor Valleverde, l’uomo che dal nulla aveva creato l’impero delle scarpe con testimonial di caratura mondiale come Pelè, il bel Kevin Costner di «Balla con i lupi». Un cammino nella ‘Valleverde’ che sembrava una parata di successi tra la nomina a Cavaliere del Lavoro fino alla laurea honoris causa a Bologna, intramezzato da ospitate nei salotti buoni della tv.

Ma la crisi malefica era in agguato e l’impero di Arcangeli venne travolto e spazzato via con tanto di concordato prima e curatore fallimentare poi. E qualche giorno fa è arrivata la mazzata finale con gli arresti, seppur domiciliari, per il 71enne patron, confinato nella sua villa di Riccione, messa però sotto sequestro. Le accuse per lui vanno da bancarotta fraudolenta e distrattiva fino ad omesso versamento di Iva per milioni. Ieri mattina davanti al gip, Vinicio Cantarini, Arcangeli, sciarpa rossa intorno al collo, (assistito dall’avvocato Piergiorgio Tiraferri) ha ruggito ancora: «Non ho mai sottratto soldi, ma ho sempre e solo pensato al bene della mia società». Poi è entrato nel dettaglio: «Sono accusato di bancarotta preferenziale, perchè avrei favorito le banche fra i miei creditori. In realtà i nostri clienti pagavano direttamente la banca con i meccanismi delle ricevute bancarie». 

Così come ha respinto l’accusa di aver fatto bancarotta preferenziale verso tre società sammarinesi: «Macchè soldi portati sul Titano – ha dichiarato in tranquillità –. Ad una società pagavo l’affitto dei locali della Valleverde San Marino srl. Le altre due le avevo fondate io perchè volevo lanciare delle agenzie di pubblicità. Ero stanco di pagare commissioni ad altri». Ed il vecchio mago della pubblicità è tornato in campo: «Spendevo all’epoca 15 miliardi all’anno – ha raccontato al giudice – volevo dar vita ad una mia agenzia che fosse fruibile anche a terzi. Non ho mai nascosto soldi, a me interessava tenere in vita la mia creatura, la mia Valleverde».

Per tutto l’interrogatorio Arcangeli ha parlato della Valleverde come di un figlio: «Io ho difeso la mia creatura fino alla fine, per il bene di tutti i lavoratori che erano alle mie dipendenze e per l’indotto che, negli anni, avevo creato in tutto il mondo. Se ho sbagliato, l’ho fatto solo per salvare la mia azienda. Io ero il presidente sì, ma ero soprattutto un uomo immagine, c’era un cda, dei sindaci revisori, mi ero affidato a tecnici superqualificati. Se ho tentato il concordato, è solo perchè speravo di traghettare la Vallaverde in mani sicure». Dopo due ore il vecchio leone, camminando a fatica, saluta e se ne va, nella sua vecchia ‘reggia’, in mano alle banche.