Seminaristi che vengono ordinati diaconi
Seminaristi che vengono ordinati diaconi

Rovigo, 10 ottobre 2019 - Nella Chiesa polesana il piatto piange: nel 1950 i sacerdoti erano 231, oggi si sono ridotti a 137. Praticamente dimezzati. Mentre le suore da 585 sono passate a 139. Un tracollo. Nel mondo ecclesiale questo mancato ricambio generazionale si chiama crisi delle vocazioni, una malattia che da almeno trent’anni svuota seminari e chiese.

E’ la storia che conferma questa tendenza. Dal 1938 al 1948 entrarono in seminario a Rovigo 239 giovani mentre dal 1949 al 1961 ne entrarono 382. Il boom fece maturare l’idea all’allora vescovo Guido Maria Mazzocco di procedere alla costruzione di un nuovo seminario, ultimato nel 1966. Doveva accogliere 300 seminaristi ma dopo dieci anni gli aspiranti preti si ridussero a 37 e l’enorme complesso fu venduto alla Guardia di Finanza.

Adesso il calo numerico del clero e il sempre più frequente accorpamento di parrocchie, unitamente all’affidamento delle stesse secondo il diritto canonico, sono problematiche diffuse in tutto il Veneto e che interessano da vicino anche la diocesi di Adria e Rovigo.

La radiografia della crisi vocazionale infatti ci dice anche che in Polesine il numero dei sacerdoti dal 2015 ad oggi è calato di 9 unità, passando da 146 a 137. E di questi 110 sono secolari, 27 regolari mentre i diaconi sono 6. Tra i religiosi gli uomini sono 46. E le donne 139, a conferma che in pochissime vogliono fare le suore. La domanda è: 137 preti sono sufficienti ad assicurare un sacerdote fisso a 109 parrocchie distribuite nella nostra diocesi?

Come accade in altri settori la soluzione più efficace e praticabile sembra essere l’accorpamento. Un segnale eloquente è stata l’iniziativa del vescovo monsignor Pierantonio Pavanello che ad un certo punto aveva in mente di accorpare sei comuni (Villanova del Ghebbo, Costa di Rovigo, Villamarzana, Pincara, Frassinelle e Arquà Polesine) proprio per sopperire alla carenza di parroci. Ma a il progetto è stato bocciato dai cittadini. E alla fine si è visto costretto ad avviare un innovativo percorso dal basso con i laici e i parrocchiani, per disegnare il futuro delle comunità cattoliche del Polesine. Da qui preti a scavalco in più parrocchie pronti ad operare su definizione del vescovo in ‘aree vaste’, orari delle messe riveduti con apertura delle chiese ridotte.

«Per un insieme di fattori diversi – afferma monsignor Pavanello – gli avvicendamenti hanno coinvolto un numero piuttosto elevato di presbiteri e per la mancanza di nuove ordinazioni, da un lato, e per l’avanzare dell’età dall’altro, non è stato possibile limitarsi semplicemente a sostituire i precedenti titolari dei vari incarichi ma è stato necessario cercare soluzioni nuove». Un cambio che ha riguardato il clero ma anche i fedeli. E’ lo stesso vescovo a mettere le mani avanti: «Invito tutti ad accogliere con fiducia i cambiamenti anche se ci costa modificare le nostre abitudini». Insomma la comunità ecclesiale ha assistito ad un ‘taglia e cuci’ sacerdotale facendo di necessità virtù. Con la punteggiatura anche di casi che la dicono lunga su una crisi a più facce. Come mettere il dito nella piaga. Meno preti ma anche casi di coscienza come quello recente di don Daniele Spadon, che ha chiesto e ottenuto al vescovo una pausa di un anno per motivi personali sospendendo così la sua attività pastorale nelle parrocchie di Occhiobello, Santa Maria Maddalena e Gurzone. Una crisi mistica che rimanda all’umanità dei preti. «Anche i preti possono avere momenti di riflessione, fa parte del diritto canonico – commenta don Silvio Baccaro , parroco di Borsea, frazione di Rovigo – prima di chiedere come va la parrocchia la gente dovrebbe chiedere come sta il parroco».