Il sindaco di Rovigo, Massimo Bergamin (Foto Donzelli)
Il sindaco di Rovigo, Massimo Bergamin (Foto Donzelli)

Rovigo, 11 febbraio 2019 - Si apre un'altra settimana del ‘regno’ Bergamin, l’unico sindaco d’Italia da 11 giorni alla guida della città senza una giunta. Nonostante le deleghe degli otto assessori licenziati siano finite tutte nelle sue mani, di potere, in verità, il sindaco leghista ne ha ormai gran poco. A decidere le sorti del Comune, anche questa volta, come un film che si ripete, potrebbe essere infatti il presidente del consiglio comunale Paolo Avezzù.

Dopo l'uscita dalla maggioranza di Obiettivo Rovigo, lo schieramento che fa capo proprio ad Avezzù, e la sfilata di alcuni consiglieri dell’opposizione dal notaio per mandare a casa il sindaco (solo dieci firme raccolte, troppo poche per la spallata decisiva al primo cittadino), la poltrona di Massimo Bergamin senza dubbio continua a vacillare. Manca però chi possa dare la spinta finale. E pare siano proprio le poltrone in bilico il vero problema di questa amministrazione. Insomma, Bergamin non sta per essere mandato a casa perché magari secondo qualcuno ha amministrato male la città, perché ha invocato per tre anni e mezzo il problema della sicurezza in un capoluogo con un basso indice di reati. E nemmeno perché, sono alcune delle critiche, ha perso tempo su progetti come l’ex Maddalena perdendo l’occasione di portare a casa 13 milioni di euro.

O magari perché, ritengono i suoi denigratori, non si sia preoccupato di sollecitare la chiusura di qualche buca in più lungo le strade o di sistemare i marciapiedi ridotti in condizioni pietose in alcune zone della città. No. Bergamin sta per essere mandato a casa dalla sua maggioranza perché non ha accontentato gli alleati nella distribuzione delle poltrone che contano, quelle che ‘rendono’ discreti compensi. Come le partecipate Asm spa e Ecoambiente. Il sindaco ha preso tempo, ha promesso, rimandato, tergiversato.

Ed alla fine, ad un anno e mezzo dalla fine del mandato ha fatto perdere la pazienza agli alleati leghisti e forzisti che se ne stavano in attesa, messi all’angolo dal sindaco. Il primo cittadino ha azzerrato la giunta, mandato a casa gli assessori. Si è detto pronto a riscrivere un programma di salvataggio che sia in grado di reggere fino al 2020. Ma questo non basta. La maggioranza per non mandarlo a casa, a quanto pare, vuole mettere le mani sulle poltrone che contano. Questa mattina, mentre Bergamin – ormai solo – intorno alle 8.30 si avvicinava a palazzo Nodari fosse per il suo l’ultimo giorno, più di qualche assessore licenziato si chiedeva se avrà la possibilità di avere uno stipendio assicurato per un altro anno. Sì Perché nella giunta Bergamin di assessori a tempo pieno ce n’era più di uno.

Dalla sede di Acquevenete, invece, uno dei pochi assessori che un lavoro ce l’ha, si starà guardando la cartina della città chiedendosi dove ha sbagliato per avere creato tanto scontento tra i cittadini. Pronto a fare meglio, sì perché l’ex assessore della viabilità Luigi Paulon pare abbia già dato la sua disponibilità a tornare in giunta che sarà pronta, assicura il sindaco, per San Valentino. Nel frattempo l’opposizione continua a fare i conti, chiama qualche consigliere indeciso per convincerlo a scrivere la sua firma davanti al notaio. C’è chi risponde e chi, tra la minoranza, usa la vecchia scusa dell’interferenza. La linea cade. Ma Bergamin, almeno per oggi, pare rimanere in sella.