Raimondo Cattozzo, imprenditore di 50 anni e presidente del Bosaro, squadra di Seconda categoria (foto Moretto)
Raimondo Cattozzo, imprenditore di 50 anni e presidente del Bosaro, squadra di Seconda categoria (foto Moretto)

Rovigo, 8 giugno 2018 - «Sono indignato, la misura è colma. Lascio il calcio, sciolgo la società ma voglio giustizia». Raimondo Cattozzo, imprenditore di 50 anni e presidente del Bosaro, squadra di Seconda categoria, è su tutte le furie. Come una pentola a pressione rimasta chiusa ermeticamente finché la temperatura al suo interno saliva. Ma invece di sfiatare è esplosa.

Cos’è è successo?

«Lunedì ho scritto un esposto alla procura federale presso la Federazione nazionale gioco calcio. Voglio aprano un’inchiesta».

Perché?

«Ci hanno voluto distruggere e ci sono riusciti. È stata una violenza psicologica cominciata l’anno scorso. Come la tortura della goccia sulla testa ai prigionieri».

Addirittura?

«Diamo fastidio. Una società nata dal nulla, il Bosaro, stava scalando le categorie con il bel gioco e l’entusiasmo di un gruppo. Ha suscitato l’invidia delle società storiche più blasonate e coccolate dalla Figc. Siamo finiti nel mirino da subito».

Si sente perseguitato, perché?

«Sono presidente del Bosaro dal 2015 e nella mia prima stagione abbiamo subito guadagnato l’accesso dalla Terza alla Seconda Categoria. Bel calcio e pubblico. Una cavalcata trionfale che nessuno si aspettava. L’anno dopo eravamo primi in classifica e avremmo vinto anche il campionato di Seconda Categoria ma ci hanno fermati».

Chi vi avrebbe fermati, e come?

«Il 26 febbraio 2017 in casa contro l’Anguillara. L’arbitro ha sospeso la partita al 21’ del secondo tempo per il clima di disordine che si era venuto a creare fuori dal terreno di gioco. Hanno addossato tutta la colpa a noi. Partita persa a tavolino e otto giornate di squalifica a mio figlio Mattia, il nostro bomber e il capitano Ivan Carretta. Da lì è stata una parabola discendente inarrestabile. Ci hanno rovinati».

Ingiusta la squalifica o la sconfitta?

«Tutto. Erano i tifosi dell’Anguillara che insultavano i nostri giocatori. Ci hanno puniti solo perché eravamo primi. Non vedevano l’ora».

Ma com’è possibile che un provvedimento del genere vi abbia rovinati?

«Da lì non ci siamo più ripresi i giocatori avevano il morale a terra. Mattia fuori otto giornate. L’anno scorso niente promozione. Dopo quella partita maledetta per arbitri e avversari siamo diventati come il demonio. Etichettati come violenti e trattati da appestati. Anche quest’anno è stata un’agonia».

Suo figlio cos’aveva fatto?

«Mattia dopo un gol è andato verso il tifo per calmare gli animi perché sugli spalti c’era confusione. Ha calciato la rete per attirare l’attenzione. L’hanno espulso. Lui ha scavalcato per uscire dal recinto di gioco solamente perché il cancelletto era chiuso e non voleva incorrere in altre sanzioni. Gli hanno dato 8 giornate accusandolo di aver colpito un tifoso, cosa falsa mai successa».

Perché firma un esposto dopo un anno e mezzo?

«Avevo già impugnato tutte le decisioni ma mi hanno sempre rigettato le istanze. L’esposto l’ho fatto perché in questa stagione è successa una cosa scandalosa».

Cos’è è successo?

«Il 17 dicembre 2017 durante la partita tra Papozze e Boara Polesine c’è stata addirittura una rissa con l’arbitro scappato negli spogliatoi. Una vera rissa. Tutta un’altra cosa rispetto ai fatti di Anguillara. Molto peggiore. In quel caso hanno deciso di rigiocare la partita. Questa disparità di trattamento è inaccettabile. Due pesi e due misure».

E adesso molla tutto?

«Con il calcio ho chiuso finché non ci sarà giustizia sportiva. Ho messo tanti soldi, passione, tempo e mi hanno massacrato».