Rovigo, 13 aprile 2018 - Il genitore-ultrà era diventato un problema, così la dirigenza ha sospeso papà e figlio dal campo. È successo nella squadra Under 10 della Monti, la società di rugby giovanile di Rovigo, dove la palla ovale è più popolare del calcio. In uno sport che più di ogni altro dovrebbe insegnare i valori della lealtà e della correttezza, fin da piccoli.

La nostra è una piccola città in cui più o meno, tutti conoscono tutti e dove in tanti la domenica si ritrovano sugli spalti a seguire le gesta dei figli.

Dopo le urla ripetute di un genitore e le minacce ad arbitri e allenatori ogni volta che il figlio giocava, la società ha deciso che non si poteva andare avanti, che non c’era nulla di educativo e di sportivo in quel che stava succedendo.

Sulle tribunette, tra gli altri genitori il clima si scaldava ogni volta che c’era quel papà.

E anche se in campo tutto era sereno, la Monti ha reagito nel modo più eclatante: a casa genitore e (a malincuore) pure il figlio. Povero. Giusto dare una lezione al papà, ma il piccolo che già deve scontare la pena di avere un padre del genere, che colpe ha?

La società ha dato il benservito con un telegramma inviato al genitore esagitato. Il succo? «È apprezzabile che tu segua tuo figlio. Ma non per insultare i direttori di gara e chi gli consente di giocare, danneggiando tutti. Per questo abbiamo deciso di sospendere te e tuo figlio da tutte le attività, prima di prendere una decisione sull’eventuale sanzione da adottare».

La Monti sostiene che la situazione andava avanti da tempo, ma il tutto è precipitato domenica scorsa a San Donà di Piave in provincia di Venezia. Mentre i piccoli erano impegnati in un torneo, il genitore ha iniziato a comportarsi peggio degli ultrà. Parolacce nate per un passaggio sbagliato o un fischio dell’arbitro poco convincente. Per lui la bandierina del rancore era sempre alzata. Il papà ha esagerato nei toni, inducendo gli altri genitori a dissociarsi da tale comportamento e a minacciare il ritiro dei propri figli se la Monti non avesse preso provvedimenti contro il papà-tifoso. Il quale se l’è presa con il coordinatore tecnico della società giovanile rodigina, dicendo che lui non accettava lezioni di vita da nessuno, invitandolo anzi a dimettersi, lui e tutta la dirigenza.

Ieri l’abbiamo contattato, ma si è riservato di rilasciare dichiarazioni. Deve riflettere. Speriamo ci pensi bene alla figuraccia che ha fatto.

Non si tratta ovviamente solo di mancanza di cultura sportiva, qui sono finiti in fuorigioco i fondamentali del vivere civile.

La presa di posizione della società è stata dolorosa ma inevitabile: a casa padre e figlio. Una vergognosa e malinconica storia di sport, che testimonia quanto male i genitori possano fare ai propri figli. Li vorrebbero più bravi, più belli, più avanti, più intelligenti, primi su tutto. Praticamente perfetti. Da esibire, da vantare. Ma tutte queste ansie da prestazione, queste aspettative da primi della classe, non li aiutano. Perché in fondo, la vera vittima di questa storia è il piccolo di 9 anni. Gli hanno tolto un sogno, gli hanno cancellato una meta.

Lui voleva solo giocare, creare, divertirsi, sporcarsi, sbagliare, lottare, cadere, ricominciare. Voleva sentirsi dire «bravo» anche (e soprattutto) se perdeva. Perché, prima o poi, nella vita si perde. Invece certi genitori stanno diventando sempre più ingombranti, sempre più imbarazzanti. Stanno lì a giudicare il lavoro degli altri, ora dell’allenatore, ora dell’arbitro, ora del dirigente, facendo però solo il male dei figli.