È un lunedì e fa caldo, 31 gradi a Milano, 26 a Roma, il dieci giugno del 1940, il giorno dell’entrata in guerra dell’Italia, in ritardo di dieci mesi sul resto d’Europa, esattamente come nel 1915. La Grande Guerra si concluse con una vittoria pagata a caro prezzo, il secondo conflitto con una sconfitta che cambierà il paese. Nonostante l’afa, Mussolini per il fatidico discorso al balcone di Piazza Venezia, ha scelto una pesante sahariana e la divisa di caporale della milizia. Ha provato a lungo il discorso, e dal primo pomeriggio gli altoparlanti hanno cominciato a invitare i romani all’adunata. L’appuntamento con la storia è alle 18, già due ore prima la folla comincia a riempire la piazza. Il Duce sarà puntuale. Si fa silenzio, le sue parole cominciano a calare scandite con voce maschia sulla folla: “Combattenti di terra, di mare, dell’aria, un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria, l’ora delle decisioni irrevocabili... La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia”. Gli risponde il boato della folla, prolungato, estenuante. Mussolini è un teatrante e sfrutta l’effetto. Dopo una pausa lunga, continua: “La parola d’ordine è una sola... vincere, e vinceremo”. Tre anni e tre mesi dopo ci arrenderemo agli alleati, anche se la nostra guerra continuerà per quasi altri due anni contro la Germania nazista. Cinque anni dopo, il corpo del Duce penzolerà a testa giù in Piazzale Loreto a Milano. “Che Dio assista l’Italia, sono triste, molto triste”, commenta Galeazzo Ciano quella sera di giugno. Ma tutti, prevedono una facile vittoria. La Francia è in ginocchio, quattro giorni dopo Parigi è occupata senza combattere, il 17 la capitolazione, il 23 Hitler passeggerà sotto la Tour Eiffel. Bisogna fare in fretta per non restare a mani vuote: con poco sforzo, potremmo ottenere la Savoia, e Nizza, città natale di Garibaldi, e perché no la Corsica, o la Tunisia? Ma i primi scontri sulle Alpi marittime, saranno più duri di quanto si prevede. Il 18 marzo, il Duce ha incontrato il Führer al Brennero, e ha promesso di scendere in campo al suo fianco. Ma si è continuato a rinviare, perché le nostre forze armate non sono pronte. Al momento di entrare in guerra, appena 19 delle 73 divisioni previste sono effettivamente in grado di combattere. Si gioca con le parole: 33 divisioni sarebbero pronte, ma non ancora preparate al combattimento, avrebbero le armi necessarie ma solo il 75 per cento degli effettivi. Altre venti divisioni non sarebbero disponibili per almeno un altro anno ancora. La marina dispone di sei navi, tra incrociatori e corazzate, e di un centinaio di sottomarini. L’aviazione conta 1800 apparecchi, ma un terzo è pronto a decollare. Inoltre manca il carburante. Non ci si preoccupa: la guerra finirà in pochi giorni. Le forze armate italiane dipendono quasi totalmente dall’appoggio e dalle forniture tedesche. Ma Mussolini inganna l’alleato, e si illude.