Adua

L’Italia giunse tardi sulla ribalta delle conquiste coloniali, quando ormai Francia e Inghilterra si erano spartite pressoché tutta l’Africa. Nel 1885 fu occupata la città di Massaua e con essa il litorale dell’Eritrea, una delle poche zone ancora indipendenti nel continente nero, confinante con il grande impero etiopico, guidato dal negus Giovanni IV. L’incertezza e la cautela che seguirono a questo esordio erano dovute ai caratteri particolari del colonialismo italiano, espressione di uno Stato giovane attanagliato da gravi problemi interni e allora agli inizi del vero e proprio processo di industrializzazione, con una divisione sul tema che investiva le stesse classi dirigenti. Infatti, mentre i proprietari del Sud, espressione del latifondismo assenteista, guardavano con favore alla conquista delle colonie come valvola di sfogo per l’emigrazione, impedendo l’acuirsi dei contrasti nelle loro proprietà, gli industriali del Nord consideravano uno spreco di risorse quello fatto per occupare territori sconosciuti in Africa, mentre gradivano che le uscite dello Stato andassero a sostenere lo sviluppo e il consolidamento delle loro fabbriche. All’inizio la penetrazione sembrò che potesse avvenire gradatamente, sfruttando i contrasti fra i potenti capi tribali, i ras, dotati di larga autonomia, e l’imperatore, il negus appunto, specie dopo la morte di Giovanni IV. Con il trattato di Uccialli (1890) l’Italia assicurava l’appoggio all’ascesa al trono del ras Menelik, che da parte sua riconosceva il controllo italiano sull’Eritrea e una sorta di implicito protettorato sull’Etiopia, anche se il testo dell’intesa, volutamente ambiguo, doveva di lì a poco essere interpretato in maniera opposta dalle parti contraenti. Nel 1893 il ritorno alla presidenza del Consiglio di Francesco Crispi, invocato come l’uomo forte in grado di risolvere i problemi italiani seguiti allo scandalo della Banca Romana, venne ad imprimere una svolta anche alla politica coloniale, intensificando la presenza in Africa Orientale e insistendo per un’applicazione letterale del trattato di Uccialli, nonostante il negus Menelik rifiutasse in modo categorico di considerare il suo paese un protettorato. Nel 1895 la guerra divenne inevitabile ed ebbe inizio con la penetrazione italiana nella regione del Tigrè. Ai primi di dicembre del 1895 la punta più avanzata delle forze italiane era quella comandata dal maggiore Pietro Toselli, inviato ad occupare l’Amba Alagi, una montagna di quasi 3.500 metri, molto importate strategicamente perché domina la strada che da Macallè si inoltra nell’interno dell’Etiopia. Con circa 2.300 uomini, quasi interamente truppe indigene dell’Eritrea (gli ascari) guidate da ufficiali italiani, e appoggiato da soli 4 cannoni, Toselli si trovò ad affrontare una forza abissina soverchiante, circa 30.000 soldati guidati da Ras Mekonnen. Non appena si rese conto del pericolo informò il suo superiore, il generale Arimondi, di stanza a Macallè, da cui ebbe l’invito a resistere e l’assicurazione di prossimi rinforzi. Tuttavia il comandante in capo italiano, generale Oreste Baratieri, ritenne più prudente far ripiegare il contingente di Toselli per ricongiungerlo con quello di Arimondi. Questo messaggio, di fondamentale importanza, non giunse mai al giovane maggiore, che decise quindi di impegnarsi in una dura resistenza, obbedendo al primo degli ordini ricevuti. La battaglia ebbe inizio la mattina del 7 dicembre e vide le forze italiane resistere strenuamente per buona parte del giorno sulle pendici dell’Amba Alagi sino a quando, schiacciate dal numero così superiore dei nemici, dovettero prima ripiegare per poi essere travolte e quasi annientate. Toselli trovò eroicamente la morte mentre cercava di condurre la ritirata dei suoi uomini, cagionando al nemico “perdite enormi che contribuirono efficacemente a ritardarne l’avanzata”, come reciterà poi la motivazione della medaglia d’oro al valor militare, conferitagli alla memoria. Solo pochi superstiti raggiunsero l’indomani Macallè. Il tragico fatto d’armi causò costernazione e proteste in Italia, ma ebbe anche l’effetto di spingere Crispi ancora più a fondo nell’impegno militare contro l’Etiopia, andando incontro di lì a pochi mesi al disastro di Adua.