Leggi razziali
Leggi razziali

Con le leggi razziali si apre la pagina più oscura della storia del fascismo. Un antisemitismo strisciante nei quadri del regime e in taluni ambienti intellettuali era stato sempre presente. Ma non costituiva una vera novità rispetto all’antisemitismo di taluni ambienti clericali né impediva che molti ebrei detenessero posizioni politiche di rilievo. La svolta giunse con la pubblicazione del Manifesto della razza, firmato da dieci pseudo scienziati che trovarono il seguito di una folta schiera di sostenitori. La prima uscita del Manifesto, anonima, quasi a sondare il terreno, si ebbe sul “Giornale d’Italia” il 15 luglio 1938. Solo venti giorni dopo, il 5 agosto, il Manifesto fu ripubblicato da “La difesa della razza”, la nuova testata volta alla propaganda razziale, con tanto di firme. Questo sembra avvalorare quanto scrisse Galeazzo Ciano secondo il quale il testo era stato scritto quasi completamente da Mussolini. Così iniziò in grande stile una campagna dalla ferocia crescente che arrivò fino alle deportazioni degli ebrei degli anni di Salò. Il decreto riportato sulla prima pagina del “Carlino” dell’11 novembre 1938, quando la testata è di proprietà del Pnf, è il primo atto legislativo organico che riprende quanto già deliberato il 6 ottobre dal Gran Consiglio del fascismo. Nel fondo di commento si tiene a sottolineare che il regime non nutre “animo deliberato di ostilità verso altre razze”. La comunità ebraica viene colpita per la sua presunta estraneità e separatezza rispetto all’ “unità civile e morale della Nazione”. In realtà, questo sarà solo il primo passo di un percorso di barbarie crescente che escludeva i membri della comunità ebraica dai più elementari diritti, compreso quello scolastico. Dopo la guerra d’Etiopia e la firma dell’Asse e in concomitanza con la partecipazione alla guerra civile spagnola, il regime aveva imboccato la via totalitaria. Gravava la volontà del duce di divenire il capo indiscusso di un organismo monolitico ad imitazione della Germania nazionalsocialista. Hitler, che un tempo si era considerato allievo del duce, era divenuto per Mussolini un modello da imitare. Ma a questo si aggiungeva la mutazione di un regime che per quindici anni era stato la continuità in chiave autoritaria del sistema di potere dell’età liberale. Infatti, al rigetto di ogni possibile pluralismo interno si accompagnava l’insofferenza verso la Chiesa e il disegno di superare la “diarchia” con la liquidazione della monarchia. La guerra si occupò di fermare le velleità del duce.