«Stamane alle ore 9 i cinque condannati alla pena di morte De Bono, Ciano, Gottardi, Marinelli e Pareschi sono stati trasportati dal carcere degli Scalzi al luogo dell’esecuzione. Alle 9,20 la sentenza è stata eseguita mediante fucilazione». Si chiude così, dopo tre giorni di dibattimento, il processo di Verona, una delle pagine più scespiriane del Novecento italiano. Il titolo del Carlino è: «Pena di morte ai traditori» e l’editoriale del direttore Giorgio Pini è fascistissimo nella scelta ma lucido nell’analisi. Il 10 luglio del ‘43 gli angloamerciani erano sbarcati in Sicilia; il 22 quasi tutta l’isola era in mano loro. Il 25 luglio, dopo quattro anni, era tornato a riunirsi il Gran Consiglio del Fascismo. La guerra era persa, Mussolini era il responsabile del «disastro». Il Re non poteva togliergli il comando delle Forze armate, avendogli, lo stesso Vittorio Emanuele III, attribuito tutti i poteri. Poteva farlo solo il Gran Consiglio e Dino Grandi, gerarca di grande prestigio e possibile successore di Mussolini, presentò l’ordine del giorno che esautorò il Duce. Fra i diciannove che lo avevano votato anche il genero del Duce Galeazzo Ciano e gli altri otto che saranno fucilati a Verona: i «traditori». Il giorno dopo Mussolini si presentò a Villa Savoia e il Re gli comunicò di averlo sostituito col maresciallo Pietro Badoglio. All’uscita, il Duce fu arrestato dai carabinieri. Dopo neanche quaranta giorni, il 3 settembre, a Cassibile venne siglata in segreto una resa senza condizioni agli Alleati. Cinque giorni dopo, l’8, Badoglio firma l’armistizio. Hitler è furente. Quando i «traditori» saranno incarcerati a Verona, per Mussolini si pone lo straziante dilemma di condannare a morte il marito della figlia Edda. Hitler è inflessibile, lo vuole morto. E al presi- dente del Tribunale che oppone considerazioni giuridiche, Mussolini urla: «Ma non lo capisce che è un processo politico?». La cronaca del Carlino è di sconcertante e puntuale drammaticità. Ciano rifiuta con decisione il marchio infame del tradimento nella riunione del Gran Consiglio. Dichiara che Grandi gli aveva mostrato un ordine del giorno diverso da quello poi presentato. «Non si parli mai – riporta il Carlino – di un mio tradimento che contrasterebbe con tutta la mia attività di soldato, di fascista, di uomo». La tensione è all’acme. Gli imputati sanno che rischiano la fucilazione. Cercano di ricordare, di spiegare. La guerra era persa, la Casa reale, «la borghesia capitalista» e lo Stato Maggiore volevano il cambio, il «disagio della Nazione» era grande. Tutto ininfluente. Gli imputati De Bono e Cianetti ricordarono pure le parole di Mussolini a commento dell’ordine del giorno: «O il Re mi conferma la sua fiducia, o mi toglie la sua delega e le cose potrebbero cambiare radicalmente». Sappiamo com’è andata. Il Re lo fece arrestare, Hitler lo liberò per metterlo a capo della Rsi e l’Italia sprofondò in un guerra civile da cui, anche dopo settant’anni, fatica a riprendersi.