Fu facile (ottobre 1987) considerarlo il “Novecento” cinese di Bertolucci, armonioso, ma accademico, senz’altro grandioso, nel progetto almeno. Nel decennio della più tremenda crisi del cinema italiano la pioggia di Oscar fu un evento. È vero che la produzione internazionale, di bandiera anglosassone, sbilanciò l’interesse. Ma dal vertice (un grande autore), un geniale direttore della luce (Vittorio Storaro) alle maestranze (un centinaio di tecnici di set) fu una rivincita nazionale. È uno dei film più premiati di sempre: nove Oscar. È anche il primo ed unico film italiano a ricevere insieme un Oscar per la migliore regia, per la direzione artistica (Scarfiotti) e per la fotografia. La storia vera di Pu Yi, che nacque nel 1906 imperatore e morì nel 1967 cittadino qualunque della Repubblica Popolare, passando per la micidiale “rieducazione” maoista, influenzò, nel bene, anche i rapporti tra Italia e Cina, essendo il primo film girato con la collaborazione del governo cinese, che accettò anche l’ingresso nella Città Proibita, mai filmata prima. Fu un kolossal d’autore esemplare per il cinema ancora lontano dalle strategie produttive digitali: vi lavorarono 9 mila sarti, 19 mila comparse, formate in gran parte dai soldati dell’esercito, trecento tecnici di tre continenti, e così via, con quei numeri che si antepongono per magniloquenza al risultato artistico. Che resta nella storia del cinema: ritroviamo i temi di Bertolucci (solitudine, famiglia, melodramma, sacrificio), la fascinazione dell’immagine in sé e il senso pittorico dello spazio che risuona nei personaggi (nel solco di Rossellini e Pasolini), il lato psicanalitico (il percorso di un uomo dalla nevrosi del potere alla luce del quotidiano). E anche il suggerimento implicito che si tratti non dell’ultimo, ma del penultimo imperatore, nella vigente dittatura di Mao. Fuori dal coro dei solenni tributi, alcune voci autorevoli, tra cui il Tiziano Terzani cosmopolita, introdotto nella storia e nella cultura d’estremo Oriente. Dall’anteprima di Tokyo Terzani manda un pezzo infuocato a “la Repubblica”: “L’ultimo imperatore è un’infilata di splendide cartoline illustrate mandate da un paese che non è mai esistito. La Cina di Bertolucci, quella imperiale come quella rivoluzionaria, non sono in alcun modo la Cina, ma quello strano e lontano continente come se lo vogliono immaginare certi occidentali”. Tra la realtà e la fantasia, si sa, c’è spesso un poderoso incomodo: il cinema. Questa posizione instabile fa impazzire Hollywood.