L’inizio dei misteri d’Italia, o il principio della strategia della tensione. Così si è stata definita nel tempo la strage di piazza Fontana a Milano: venerdì 12 dicembre 1969 alle 16,37 uno o due ordigni esplodono all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, a pochi metri dal Duomo di Milano. In quel momento il salone è pieno di persone: i morti sono 17, i feriti 88. Grandissimo lo sgomento per l’attentato che scandisce la fine di un’epoca di grande coesione, quella del boom economico, e si colloca in un periodo in cui nascono la contestazione studentesca e le rivendicazioni dei lavoratori in tema di salari, orari, condizioni di vita. Quel giorno, poi, altri ordigni scoppiavano in altre città d’Italia, pur senza conseguenze mortali. In questo clima politico le indagini si indirizzano immediatamente verso il mondo degli anarchici. Viene fermato Pietro Valpreda, milanese, esponente del circolo Ponte della Ghisolfa del capoluogo lombardo, riconosciuto dal tassista Cornelio Rolandi come l’uomo con una valigetta che aveva accompagnato nei pressi della Banca poco prima dell’esplosione. Decine e decine di persone di quell’ambiente vengono portate in questura per essere interrogate. Il 15 dicembre precipita dalla finestra degli uffici della Squadra politica il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, detto Pino, animatore dello stesso circolo frequentato da Valpreda. Quel cadavere nel cortile della questura suscita indignazione e apre una nuova stagione di violenze che culminerà, nel maggio del 1972, con l’uccisione del commissario Luigi Calabresi, considerato dalla vox populi (nonostante fosse stato scagionato da un’inchiesta giudiziaria) il responsabile della morte del ferroviere. Ma presto le indagini, scagionati gli anarchici, volgeranno verso gli ambienti del centrodestra eversivo del Veneto e dei servizi segreti. Le indagini della magistratura milanese (ma il processo verrà sottratto a Milano e portato a Catanzaro per legittima suspicione) corrono parallele alla mobilitazione di giornalisti e intellettuali che costituirono quella che ai tempi prese il nome di “controinformazione”, contrapposta a quella ufficiale. In estrema sintesi, si può dire che la verità storica costruita negli anni successivi combacia con le affermazioni del 2005 di una sentenza della Corte di Cassazione che così recita:“La strage di piazza Fontana fu realizzata da un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo e capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”. I due neofascisti non erano però più processabili in quanto irrevocabilmente assolti dalla Corte d’Assise d’Appello di Bari. La magistratura non riuscì mai a trovare le prove per inchiodare i responsabili. E questa, purtroppo, è un po’ la sorte di altre stragi che successivamente insanguinarono l’Italia, da piazza della Loggia a Ustica.