Papa Benedetto XVI

Visto tutto da dopo, potremmo anche azzardare nel dire che qualcosa nell’aria c’era, che qualcosa doveva accadere. Non potevano passare senza effetti i due anni di martirio legati a Vatileaks, non potevano non produrre effetti tutti gli scandali che dal 2011 in poi avevano investito il Vaticano e gli uomini più potenti oltre le mura leonine, le polemiche sul ruolo del segretario di stato Tarcisio Bertone, sullo Ior, sull’atteggiamento della Chiesa cattolica nei riguardi dei preti pedo li. Ma non c’era uno tra i due miliardi di cattolici sparsi per il mondo che il 10 febbraio del 2013 poteva prevedere lo tsunami che stava per investire la Chiesa da lì a un mese e mezzo. Non uno. E quando Benedetto XVI con un tono monocorde e una misteriosa formula latina annunciava le sue dimissioni tutti rimasero ammutoliti. Ma tutti compresero all’istante che cosa stava accadendo. Il Grande Conservatore, il papa tedesco frettolosamente dipinto come un restauratore, aveva compiuto la più grande rivoluzione nella storia bimillenaria della Chiesa cattolica. Il mite teologo tedesco che mai aveva scaldato i cuori alzava la voce, a modo suo, per gridare il proprio “no”. Il proprio “basta” a quello scempio giornaliero del corpo mistico di Cristo che i suoi stessi collaboratori avevano intrapreso, a quel tradimento continuo cui lui doveva sottostare. Uno spettacolo indegno. Non tanto per un maggiordomo infedele che aveva trafugato dei documenti consegnati poi alla stampa, quanto per ciò che quei documenti contenevano, per il triste spaccato che da essi emergeva, fatto di una quotidianità di intrighi, veleni, coltellate nella schiena, favori e ruberie all’ombra del cupolone di San Pietro. A tutto questo, con le dimissioni, Benedetto XVI diceva “no”. In una maniera talmente forte da chiamare la Chiesa a una profonda riflessione su se stessa. Una riflessione che doveva per forza di cose produrre una discontinuità. Una discontinuità chiamata Francesco. Se infatti dopo duemila anni di storia per la Chiesa c’era un momento favorevole a un salto tanto marcato nel futuro, quello era il conclave del 2013, dal quale in nessun modo poteva venir fuori un papa in qualche modo di continuità, come per esempio fu Ratzinger per Giovanni Paolo II nel 2005. Serviva la rottura, serviva il cambio di verso, totale. E quando un gesuita argentino, la sera del 13 marzo 2013, si affacciò dalla loggia principale di San Pietro e commosse il mondo con il suo “buonasera” tutti compresero che la rivoluzione era avvenuta davvero.