Raccontò poi il secondo ufficiale del Titanic, nel momento dell’impatto con l’iceberg, di aver percepito solo «un’interruzione nella monotonia del movimento». La notte sciagurata del 13 gennaio 2012, mentre la roccia delle Scole le squarciava il ventre, sulla Concordia si capovolse di tutto in un fragore di piatti e bicchieri in frantumi. Poi, l’energia elettrica fuggì via, la grande nave si inclinò, spegnendosi come un gigantesco albero di natale fuori stagione, il freddo, i soccorsi, la morte. L’immagine della Costa Concordia che naufraga nelle acque del Giglio metterà per sempre i brividi a chi vorrà ricordarla. Per il dolore che ha generato. Per la scelleratezza che l’ha originata. Quel gigante di acciaio, luci e sogni hard discount era partito poche ore prima da Civitavecchia. Chissà in quanti dei croceristi si accorsero alla loro prima cena a bordo di quel comandante, ovvero di Francesco Schettino, seduto a un tavolo con Domnica Cermotan, ex hostess Costa nell’occasione sua ospite clandestina. Fu con lei che poco dopo costui salì sulla plancia per gestire l’ “inchino” al Giglio, ovvero il passaggio ravvicinato all’isola come fino a quella notte a volte si usava fare. “Sfiliamogli davanti a 16 nodi”, ordinò dunque Schettino. Perché l’uomo è di pasta guappa: una nave lanciata a 16 nodi a sfiorare un’isola è come una Ferrari che sfreccia davanti a un asilo quando i bimbi escono. Se poi i calcoli della virata sono sbagliati e davanti a te trovi roccia e non acqua, è il disastro. Quando la Concordia alle 21,45 strappò via lo scoglio delle Scole, la velocità fece sì che la falla nella fiancata fosse irreparabile. Poi successe di tutto. Oltre 4000 persone che, nello stesso istante, vennero attraversate dallo stesso pensiero: “Ora devo salvarmi”. Il caos.“Sulla mia scialuppa c’erano più di 130 persone - raccontò Lucrezia - e nessuno diede la precedenza ai bimbi provando in tutti i modi a salire su. Belve”. “Avevo con me due figli - aggiunse Aldo - quando dall’alto si buttarono due uomini rischiando di farci ribaltare: ’Perché, noi non abbiamo diritto di vivere?’, dissero”. Già, il diritto di vivere. Quella notte lo garantirono i cuochi e i camerieri cingalesi e filippini. Schettino no. Lui no. Lui era già sbarcato a terra quando sulla nave restavano ancora centinaia di passeggeri terrorizzati. E non risalì neppure quando al telefono glielo ordinò un ufficiale della capitaneria di Livorno, quel “Torni a bordo cazzo!” che resterà per sempre a marchiare un’infamia del mare. Da allora, per i 32 morti che alla fine contò il naufragio, lui non ha mai chiesto scusa. E non lo ha fatto neppure dopo essere stato condannato in primo grado a 16 anni di reclusione. Ma in fondo il perdono più difficile è quello che un uomo deve riuscire a trovare per se stesso.