Titanic
Titanic

“Il più grande piroscafo del mondo naufragato sui banchi di Terranova. I passeggeri sono salvi”. La prima notizia su quella che poi si sarebbe rivelata come l’immane tragedia del Titanic, fu pubblicata sulla pagina delle “Ultime Notizie” de “il Resto del Carlino” il 16 aprile 1912. Un titolo a due colonne, senza grande evidenza. Erano già passati due giorni interi da quando, alle 23,40 del 14 aprile, il gigantesco piroscafo partito da Southampton e diretto a New York, aveva incrociato sulla sua strada d’acqua un enorme iceberg. Due giorni dal consumarsi di una tragedia che ha portato sul fondo dell’Oceano la vita di 1.518 passeggeri. E anche se il titolo del giornale metteva tutti i viaggiatori in sicurezza, la realtà era ben diversa e contava i superstiti solo in 705. Ma era il 1912 e l’informazione in tempo reale nella quale viviamo immersi era tanto lontana da non poter essere neanche immaginata. C’era Guglielmo Marconi, all’epoca, e i due radiotelegra sti imbarcati sul Titanic assunti per inviare “marconigrammi” destinati dai passeggeri ai familiari dovettero, loro malgrado, tramutarsi in centrale operativa dei soccorsi. Questo fecero subito dopo l’impatto con la montagna di ghiaccio che fece colare a picco il futuro di progresso incarnato dalla gigantesca nave, e quello di uomini, donne e bambini partiti per diletto o per inseguire una vita migliore. Andavano nel nuovo mondo, pronti a sposare il sogno americano: morirono annegati e, perlopiù, assiderati. Tutto, in quella notte, fu lungo e dif cile. Tutto fu freddo e crudele mentre piano piano la falla nella pancia del transatlantico si allargava no all’inabissamento. E il resto del mondo non sapeva. Non seppe dell’impatto. Non seppe delle scialuppe calate in fretta e senza attenzione. Non seppe delle donne separate dai mariti e dei bambini allontanati per primi dai saloni scintillanti dove l’orchestra continuava a suonare. Non seppe del grande freddo che ghermì quanti erano riusciti a sopravvivere al tuffo nell’acqua. Soltanto giorni e giorni dopo, quando i primi naufraghi arrivarono a New York e poterono raccontare, il mondo scoprì quanto l’uomo, e le sue opere, fossero ancora vulnerabili. Non era aprile ma gennaio e, nel frattempo, erano trascorsi cento anni, quando la nave da crociera Concordia si adagiò sugli scogli dell’Isola del Giglio. Nulla si era ancora compiuto che già, dall’imbarcazione, erano partite telefonate ed sms. Cento anni dopo il mondo seppe, in tempo reale, che cosa stava avvenendo dinanzi alle coste della Toscana. Internet diede il ritmo dei soccorsi, i social immortalarono la tragedia fotogramma su fotogramma. 4.200 furono i sopravvissuti scampati all’inchino del quale il mare si era impossessato. Ma 32 vite restarono impigliate in quello scoglio che aprì il guscio della nave come una coltellata. E, sicuramente, se il mondo di oggi ha dovuto piangere 32 esistenze stroncate contro le 1.518 del Titanic, è anche grazie a quelle possibilità offerte per sapere, e intervenire, mentre ancora la genesi dei fatti non si è del tutto compiuta. La notte del Titanic ha segnato la rotta di nuove forme di sicurezza ma ha anche accelerato il bisogno di comunicare, in maniera sempre più immediata e precisa. L’uomo è ancora vulnerabile ma la rete degli strumenti aggiornati offre una scialuppa in più nel momento del bisogno.