L'onorevole Aldo Moro, rapito e ucciso dalle Brigate Rosse
L'onorevole Aldo Moro, rapito e ucciso dalle Brigate Rosse

La foto di via Fani, ogni strage ha il suo simbolo. Ce l’ha Ustica, un cadavere che galleggia nel mare azzurro. Ce l’ha la stazione di Bologna, dove l’orologio è da allora fermo alle 10 e 25. Ce l’hanno Dallas dove viene ucciso nel 63 John Fitzgerald Kennedy. Le Torri Gemelle crollate l’11 settembre del 2001. In via Mario Fani, una via del Trionfale, Roma Nord, la mattina del 16 marzo del 1978 morirono cinque uomini della scorta di Aldo Moro trucidati in tre minuti: solo uno riuscì a rispondere al fuoco e non servì. Moro, presidente del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana, aveva poco più di 61 anni e fu ammazzato 55 giorni e 86 lettere dopo nel portabauli di una Renault 4 fatta ritrovare il 9 maggio a metà strada tra la sede del suo partito e quella del Partito comunista. Cosa racconta la foto di via Fani a distanza di 37 anni? Guardiamola con gli occhi di uno studente di oggi. La foto è in bianco e nero: certo, esistevano le pellicole a colori ma i giornali erano in bianco e nero e i fotografi delle agenzie usavano pellicole che potevano stampare in pochi minuti e trasmettere con le telescriventi.Allora non esisteva CSI, la serie tv che spiega come si fanno oggi le investigazioni scienti che: la scena del crimine sembra la piazza del mercato, non c’è una banda di plastica a delimitare l’accesso agli inquirenti, chi è arrivato per primo ha parcheggiato sul marciapiede come capita, a dimostrare l’inutile fretta del dopo. Si parla e si prega, si passeggia tra i reperti cerchiati con il gesso per terra identificati dalle lettere dell’alfabeto, che di sicuro non bastarono per segnare i 91 bossoli ritrovati, 27 proiettili sparati sulla 130 di Moro per uccidere il caposcorta Oreste Leonardi e l’autista Domenico Ricci. Senza s orare l’ostaggio Moro. Raffaele Iozzino, l’unico che riuscì a rispondere al fuoco, Giulio Rivera e Francesco Zizzi (che morirà poco dopo al Gemelli) seguivano sull’Alfetta di sostegno. Quella foto, scattata prima delle 10, quando il presidente Moro è già stato caricato su una 132 blu insieme alle borse che teneva e forse è ormai arrivato nel covo-prigione delle BR, testimonia tutta l’impotenza dello Stato con le sue divise di polizia e carabinieri, dell’esercito, con i suoi agenti in borghese (ma con il trench d’ordinanza). Provate a chiedere a chi allora era già grande dov’era il 16 marzo del 1978: ve lo dirà. Vi risponderà con certezza. Padri e nonni di oggi lo sanno, ricordano come seppero la notizia, se erano in classe o in fabbrica, se andarono in piazza per protestare o si misero davanti alla tv per la diretta del Tg1 di Paolo Frajese. Questo successe allora, l’Italia sotto choc scoprì che era accaduto un fatto impensabile: lo scoprirono i politici, che si resero conto che era l’inizio della ne della Prima Repubblica. Il papa, Paolo VI, amico personale di Moro, che dopo aver lanciato un appello agli uomini delle brigate rosse ed essere stato rimproverato da Moro nell’ultima lettera per aver fatto “pochino”, tre mesi dopo morì. Poi morì anche il successore e quell’anno ci furono tre papi. Lo scoprì la gente comune, che imparò negli anni a seguire che la verità non è mai una sola e forse non esiste proprio.Tanto che ancora si cerca e si fanno sopralluoghi in via Fani, con tecnologia allora impensabile.Tanto che il ruolo di certi BR latitanti (come Alessio Casimirri, da tempo in Nicaragua con moglie e gli) non si è mai chiarito e quelli che negli anni seguenti sono stati catturati oggi sono fuori, scrivono libri di memorie, lavorano in cooperative sociali. La verità giudiziaria è venuta fuori, dicono. Sì, ma non basta. Non può bastare. Quella foto di via Fani è la foto di un paese senza cellulari e senza internet in cui la Apple vende solo 1500 pc in tutt’Italia e a Cinisello Balsamo apre il primo negozio italiano di personal computer. L’Italia dove al festival di Sanremo, presentato da Beppe Grillo (sì, quel Beppe Grillo), Rino Gaetano canta Gianna ma non vince. Ma sotto quella foto ce ne sono tante altre che la compongono, come parti di un lucido da sfogliare. Perché il rapimento e il delitto di Aldo Moro diventano quasi subito il “Caso Moro”, ovvero il più ingarbugliato mistero d’Italia in cui si mescolano le trame della P2, dei servizi segreti più o meno deviati, di terroristi dal passato non chiaro, di politici divisi tra trattare o no in un affastellarsi di comunicati ufficiali, di piste false, di servizi segreti di altri paesi, di terroristi tedeschi (non a caso l’operazione Moro in gergo si chiamava Fritz). Chi vi scrive allora abitava in via Mario Fani, aveva 17 anni, e si prese la briga di chiudere il cancello del garage a Willy-Peter Stoll, che vi era entrato con una Mercedes con targa tedesca per cercare vie di fuga alternative nei giorni precedenti l’agguato. Mi disse: “Non farlo mai più” e vi assicuro che ancora me lo ricordo bene il suo sguardo: scoprii anni dopo chi era e seppi che la polizia tedesca l’aveva ucciso a Düsseldorf.