Repubblica Sociale

Italiani contro italiani. Dal settembre 1943 alla fine del secondo conflitto mondiale, l’Italia è teatro di quella che, da ormai trent’anni, tutti gli storici concordano nel definire una «guerra civile». Da una parte, i cosiddetti “repubblichini”, che aderiscono alla Repubblica sociale italiana (RSI) voluta da Adolf Hitler; dall’altra, quanti – in molti casi rigettando la chiamata alle armi della RSI, che deve costituire le proprie forze armate – scelgono la via della lotta partigiana. Il 1943 è un anno cruciale per la storia italiana. Il 10 luglio, lo sbarco alleato in Sicilia fa capire che le sorti del conflitto sono segnate; il 25 luglio – dopo vent’anni di regime, e una guerra che ha messo l’Italia in ginocchio – l’arresto del duce, Benito Mussolini, e la nomina di Pietro Badoglio a capo del governo da parte del re Vittorio Emanuele III, sanciscono la caduta del fascismo; l’8 settembre, viene firmato l’armistizio con gli Alleati. Una parte dell’Italia, però, è ancora in mano ai tedeschi. Per amministrare parte di questi territori, Hitler pensa alla costituzione di un nuovo Stato fascista. Il 12 settembre, con un blitz condotto da paracadutisti ed SS, i tedeschi liberano Mussolini, tenuto prigioniero a Campo Imperatore, sul Gran Sasso. E il 18 settembre, dai microfoni di Radio Monaco, è proprio la voce di Mussolini – più stanca e appannata di quella che gli italiani erano abituati a sentire – ad annunciare la nascita del governo fascista della Repubblica sociale italiana. Che vuole essere «nazionale e sociale nel senso più lato della parola: sarà cioè fascista nel senso delle nostre origini». Di fatto, la RSI – o Repubblica di Salò, la cui fine, politica e militare, data 25-29 aprile 1945 – sarà uno Stato fantoccio, una sorta di protettorato tedesco controllato da Hitler. E sarà una delle cause all’origine della guerra civile. Una guerra sanguinosa, fra italiani, fra due opposte idee di patria. Che segnerà per decenni, con profonde cicatrici, la società e la politica del nostro Paese. Nel 1996, in uno storico discorso di insediamento alla presidenza della Camera, Luciano Violante, dal solido passato comunista, invita a «sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà». Molti non capiscono. Le polemiche assumono toni aspri. Le antiche ferite impediscono ancora una memoria condivisa.