Guerra del Golfo
Guerra del Golfo

Gli aerei passarono alti nella notte sul nostro albergo di al Khobar, nella provincia orientale saudita. Sentimmo quel rumore tanto atteso. Il gesto immediatamente successivo fu afferrare la maschera antigas tenuta aperta sullo zainetto appoggiato vicino al comodino, allacciare le stringhe sulla nuca, indossare una sorta di tuta campale e correre nell’interrato dell’hotel, dove era stata realizzata una grande stanza stagna e “sicura”. La grande paura era che Saddam Hussein reagisse lanciando armi chimiche e al Khobar, a pochi chilometri dalla enorme base americano-saudita di Dhahran, era un potenziale obiettivo. Per noi corrispondenti acquartierati nel Regno saudita la guerra cominciò così, quasi in sordina. Il cielo di Baghdad si illuminò di colpo. Tutti ricordiamo le cronache di un grandissimo reporter americano, Peter Arnett, un veterano del Vietnam. Più tardi si accesero le polemiche su un conflitto mai dichiarato, come tutti quelli divampati nell’ultimo decennio del “secolo breve”, il ,900. Spesso sono stati il frutto avvelenato di dispute locali che poi sono dilagate in scontri di portata molto più ampia. Quello del 1991 rientra alla perfezione in questa regola non scritta. Saddam Hussein invase l’emirato per un’antica contesa di confine, una linea di demarcazione coloniale fra l’Iraq e il Kuwait che tagliava in due un immenso lago sotterraneo di petrolio. Il dittatore iracheno accusava il paese confinante di pompare oro nero a tutto spiano danneggiandolo, perché contribuiva a tenerne il prezzo più basso. Il despota si considerava un paladino dei paesi del Golfo e dell’Occidente. Per dieci anni aveva combattuto contro l’Iran dell’ayatollah Khomeini e dopo la fine dei combattimenti si sentiva tradito dai suoi stessi alleati. Per questa ragione invase il Kuwait. L’avanzata impetuosa delle sue truppe arrivò a minacciare la stessa Arabia Saudita. Un boccone troppo grosso che mobilitò l’America e molti suoi alleati, primo fra tutti l’Egitto. Fu proprio seguendo l’avanzata dei militari del Cairo che assieme ad alcuni colleghi riuscimmo ad arrivare a Kuwait City per primi. Lungo la strada scorgemmo gli effetti di un’arma americana antibunker nuova di zecca, la cosiddetta FAE, acronimo di Fuel Air Explosives, un razzo che, incendiandosi, risucchiava l’ossigeno. Gli sventurati schierati nelIe casematte morivano soffocati. Anche l’occupazione irachena fu cruenta. Sono tornato in Kuwait nel novembre del 2013. I giornali erano ancora pieni di liste di dispersi ingoiati da fosse comuni dei quali non si sa più nulla. Le operazioni militari si fermarono sul confine fra il Kuwait e l’Iraq, dopo una battaglia impari fra i carri T-72 russi degli iracheni e gli M1A1 Abrams statunitensi che avevano circa mezzo chilometro di gittata di tiro in più. George Bush padre ordinò al generale Norman Schwarzkopf di non avanzare fino a Baghdad.