Il 18 aprile 1948 si celebrarono le prime elezioni politiche libere della nostra storia repubblicana. Quella mattina, molti italiani si recarono ai seggi con l’animo scosso da uno spettro incombente: la guerra civile. Sembra incredibile, oggi, ma allora sembrava più che possibile, e addirittura probabile, che il confronto tra Partito comunista e Democrazia cristiana si spostasse dalle aule parlamentari alle piazze, dall’invettiva alla fucilata. In quei mesi, cominciava la Guerra Fredda tra i paesi della Nato e l’Unione sovietica di Stalin, si sparavano tra loro i greci, in Cecoslovacchia prendevano il potere le milizie comuniste di Gottwald, in America il celebre opinionista Walter Lippman sosteneva la necessità di mettere fuori legge il Pci.“Se vincono i comunisti, addio democrazia”, pensavano in molti. E che “i comunisti”, per l’occasione riuniti in un “Fronte popolare”, potessero in effetti vincere lo pensavano anche i diretti interessati. Pietro Nenni, gran capo socialista negli anni in cui i socialisti non erano meno massimalisti dei comunisti, era infatti in dubbio tra “vittoria” e “trionfo” elettorale di quell’anomalo cartello delle sinistre italiane. Perciò nelle sezioni della Dc e in quelle romagnole del Pri si oliavano vecchie mitragliatrici e al largo delle coste italiane navi militari statunitensi cariche di marines erano pronte a intervenire. Rimase celebre un articolo di Indro Montanelli in cui il noto giornalista (noto, e notoriamente anticomunista) raccontava che la mattina del 18 aprile i treni diretti a Chiasso erano pieni di lombardi che, espletato il dovere del voto, si rifugiavano in Svizzera in attesa del risultato elettorale. È possibile che quel racconto fosse frutto della fantasia di Montanelli, ma nella temperie di quei giorni di fuoco, di nervi tesi e di preoccupazioni diffuse, nessuno si stupì e tutti lo presero per buono. La posta in palio, allora, era dunque la libertà. “Ho passato ore mortalmente pericolose”, annotò il giovane Andreotti sui suoi diari. In quei giorni “pericolosi”, su diretta indicazione di Pio XII i parroci italiani facevano opera di apostolato per la Democrazia cristiana e gli italoamericani spedivano lettere accorate ai loro parenti rimasti in Patria invitandoli a votare bene, cioè a non sottovalutare il pericolo comunista. Finì che la Dc di Alcide De Gasperi ottenne la maggioranza assoluta dei voti: 13 milioni di suffragi contro gli 8 del Fronte popolare. Sconsolato, Pietro Nenni annotò: “Come mai mi è sfuggito il senso di paura al quale dobbiamo la sconfitta? Posso io rifiutarmi di prendere atto che sotto bandiera, direzione o ispirazione comunista non si vince in Occidente?”. È opinione diffusa che tra chi trasse allora un sospiro di sollievo vi fosse anche il gran capo del Pci, Palmiro Togliatti. Per nulla deciso a “fare la rivoluzione”.