Non è l’ “affare Dreyfus”. Di certo il “caso Tortora” è una pagina ignobile dell’Italia degli anni ,80 del ,900. Per la magistratura, i carabinieri di Napoli, la stampa. Il giornalismo non esercitò il doveroso senso critico, base dell’informazione democratica (rare eccezioni: Vittorio Feltri:“Lessi le carte, capii che era innocente”; Enzo Biagi sul Corriere: “E seTortora fosse innocente”; Dino Biondi sul Carlino) e nessun Èmile Zola. Chi scrive, giovane cronista, si ritrovò più spesso nel coro dei “colpevolisti” piuttosto che tra i pochi sacerdoti del dubbio. Il pm Diego Marmo, proponendo la condanna a 10 anni, definiva Tortora “cinico mercante di morte”. Trent’anni dopo ha chiesto scusa alla famiglia: fu un “errore giudiziario”. Felice Di Persia, che con Lucio Di Pietro aveva istruito il caso, ha replicato: “Non fu errore giudiziario”. E spiegato che dei 130 assolti, molti furono uccisi in scontri tra camorristi, molti altri si pentirono e fecero condannare 480 camorristi. Enzo Claudio Marcello Tortora era nato a Genova il 30 novembre 1928. Giornalista, conduttore televisivo, da ultimo anche parlamentare europeo per il Partito radicale di Marco Pannella, fu arrestato alle 4,30 del 17 giugno 1983 all’hotel Plaza di Roma, per traf co di droga e associazione camorristica (affiliato alla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo). Sette mesi di car- cere, tra Regina Coeli e Bergamo, poi i domiciliari a Milano. Scriveva alla sorella Anna e alle glie Silvia e Gaia: “La domenica è terribile. C’è chi alleva pidocchi”. Sugli abusi del carcere preventivo e le disumane condizioni dei detenuti lanciò campagne politiche, alla base del referendum socialista (1987) sulla responsabilità civile di giudici e magistrati. Al tempo conduceva in Rai un programma di successo, “Portobello”. In tv e in radio aveva partecipato a decine di programmi:“Telematch”, “Il gambero”,“La Domenica sportiva” i più popolari. Inviato speciale de “La Nazione” e de “il Resto del Carli- no”, fu anche direttore del “Nuovo Quotidiano” (visse solo sei mesi nel 1975). Morirà di tumore il 18 maggio 1988 dopo essere stato assolto definitivamente il 17 giugno 1987. In appello era stato assolto per la caparbietà del giudice Michele Morello, che attaccò concludendo l’autodifesa:“Sono innocente. Spero che lo siate anche voi”. Il giudice rispose: “Noi facciamo giustizia”. Nel 1983, con 350 omicidi, in Campania operavano 30 clan (5 mila affiliati e 100 mila persone coinvolte). L’operazione Tortora produsse 856 ordini di cattura (con 86 arrestati per errore di omonimia), ma quel- lo del presentatore fu il nome che “faceva notizia”. L’accusa tenne a lungo coperte le carte, poi emersero elementi inconcludenti, come un numero di telefono e un nome sull’agendina di un camorrista, scambiando Tortosa per Tortora. Sarebbe bastato comporre il nu- mero di telefono... Nell’83 i socialisti vinsero le elezioni: Bettino Craxi conquistò Palazzo Chigi. Sandro Pertini stava già al Quirinale. Poi la era dei pentiti: 19 detenuti accusarono Tortora di essere camorrista ad honorem, spacciatore di cocaina nel mondo dello spettacolo, ami- co del boss della mala Francis Turatello e altre infamità. Nel 1982 era stata varata la legge sui pentiti di terrorismo, lo stesso si voleva fare (e si farà) con la criminalità organizzata: il “caso Tortora” fu il banco di prova.