Non si può raccontare la storia del commissario Luigi Calabresi senza tornare a quella notte in questura del 15 dicembre del 1969, quando l’anarchico Giuseppe Pinelli, fermato dopo la strage di Piazza Fontana tre giorni prima, volò dalla finestra della stanza del commissario sfracellandosi nel cortile di via Fatebenefratelli, a Milano. Due uomini giovani l’anarchico e il poliziotto, uniti da un destino tremendo, quello di morire innocenti. Era innocente l’anarchico Pinelli, sospettato nelle prime ore come tanti altri della strage di Piazza Fontana. Era innocente il commissario Calabresi scagionato da un magistrato di sinistra, il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, che stabilì l’assenza del commissario dalla stanza nel momento in cui Pinelli precipitò. Ma quella sentenza non bastò a salvare il poliziotto divenuto capro espiatorio e oggetto di una violenta campagna di stampa partita dal giornale della sinistra extraparlamentare Lotta Continua, ma ripresa anche da altri. In parallelo non vi fu da parte delle istituzioni che avrebbero dovuto tutelarlo, una vera difesa del commissario. Così, Luigi Calabresi, figlio di tempi difficili, fu lasciato solo al suo destino che si compì qualche anno dopo, il 17 maggio del 1972 quando un uomo, prendendolo alle spalle mentre stava salendo sulla sua auto, nel parcheggio davanti a casa sua in via Cherubini, a Milano, lo freddò con due colpi di pistola alla nuca. Seguirono 16 anni di silenzio e dopo una improbabile pista di centrodestra che aveva al centro il neofascista Gianni Nardi, sulle indagini calò l’oblio. Solo nell’estate del 1988 Leonardo Marino, un ex operaio di Lotta Continua confidò prima a un prete e poi ai carabinieri del suo paese, Sarzana, di essere stato l’autista di Ovidio Bompressi, il killer del commissario. Mandanti Adriano Sofri, il leader indiscusso di Lotta Continua, e Giorgio Pietrostefani, capo del servizio d’ordine. Gli arresti ci furono e fecero scalpore. Seguirono diversi, difficili, processi, la sentenza definitiva di condanna (22 anni a Sofri, Bompressi e Pietrostefani, prescrizione per Marino) arrivò nel 1997. A tutt’oggi Adriano Sofri che si è assunto la responsabilità morale della campagna di stampa contro il commissario Calabresi, negando la responsabilità penale, ha scontato la pena ed è un uomo libero, così come l’esecutore materiale, Ovidio Bompressi. Giorgio Pietrostefani si è invece sottratto alla giustizia, fuggendo all’estero subito dopo la sentenza definitiva.