Nascita del PCI
Nascita del PCI

NICOLA era nervoso. Non ci pensò un attimo.Tirò fuori la pistola e la puntò contro alcuni compagni. La sala del Teatro Goldoni vacillò. «Fermo, fermo!». Nicola si calmò, il respiro ancora affannoso. Lui era Bombacci, Nicola Bombacci. E in quel catino infernale che era diventato lo storico teatro labronico l’eccitazione era al colmo. Troppo. Anche se i giochi erano già fatti. Da poco, l’intervento di Secondo Tranquilli (che ricorderemo poi col nome di Ignazio Silone) aveva decretato che la Federazione giovanile socialista si era decisa ad aderire al partito comunista. La tragedia che avrebbe caratterizzato la storia della sinistra italiana praticamente sino al crollo del Muro di Berlino nel 1989 e alla valanga di Tangentopoli del biennio 1992-93 si stava consumando. In realtà, quel Congresso (15-21 gennaio 1921) era cominciato l’anno prima.Tra il luglio e l’agosto del 1920. All’assise dell’Internazionale comunista erano stati approvati 21 punti. Uno su tutti: occorreva che i partiti socialisti allontanassero gli esponenti riformisti perché controrivoluzionari. Si rimproverava loro di seguire la strada gradualistica, alla Filippo Turati per intendersi. Niente rivoluzioni, tante riforme, compromessi con la borghesia, magari non disdegnando di dialogare fitto fitto con il governo, meglio se guidato da Giovanni Giolitti o da qualcuno della sua “consorteria”. Inoltre, si rimproverava ai socialisti di non aver saputo approfittare della formidabile occasione del “biennio rosso”, quando - tra il 1919 e il 1920 - l’Italia pareva davvero sull’orlo della rivoluzione, con le occupazioni delle fabbriche e i tumulti annonari nelle campagne. Salvo poi ricredersi dolorosamente quando, nel ‘22, Benito Mussolini e le sue squadracce nere salirono al governo dopo aver distrutto cooperative e circoli, e aver colpito, a colpi di manganello e olio di ricino, i migliori dirigenti del movimento operaio e contadino, fino al feroce assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti. Il Psi aveva aderito all’Internazionale comunista nel 1919. In non pochi pensavano di «fare come in Russia» dove, nel 1917, c’era stata la Rivoluzione d’Ottobre guidata da Lenin. Il congresso di Livorno aveva decretato la divisione in cinque frazioni del Partito socialista. I «concentrazionisti» (Turati e la sua ala riformista); i massimalisti (i comunisti unitari di Giacinto Menotti Serrati); i rivoluzionari intransigenti di Costantino Lazzari); i comunisti puri di Amadeo Bordiga; la cosiddetta “circolare” di Antonio Graziadei. Alla fine dei sei giorni, il 21 gennaio,i comunisti uscirono dalTeatro Goldoni.Per i vicoli della città labronica risuonava il canto dell’«Internazionale». I comunisti si avviarono verso il Teatro San Marco per il Primo congresso del Partito comunista d’Italia (che diverrà Partito comunista italiano solamente nel 1943). Tra i maggiori rappresentanti, nomi che avrebbero fatto la Storia: da Antonio Gramsci a Umberto Terracini ad Angelo Tasca a Palmiro Togliatti. Nasceva il «rivoluzionario puro», che avrebbe consacrato la sua vita al verbo comunista. I criteri di selezione e iscrizione al Pcd’I erano molto rigidi. Altro che adesioni on line. Basti pensare che, nel primo anno, gli espulsi saranno settecento. Non era ammessa alcuna “deviazione” o “frazionismo”. La Storia prendeva un altro corso. Il «secolo breve» (il Novecento) era solo agli inizi.