Guttuso e Warhol
Guttuso e Warhol

“Sono un pittore moderno, con le carte in regola. Non un avanguardista, non sono mai stato uno che ha pensato più allo spettacolo che a quello che faceva.” Potrebbe essere un epitaffio esemplare per Renato Guttuso, nato a Bagheria il 2 gennaio del 1912 e deceduto nella sua abitazione romana di Palazzo del Grillo il 18 gennaio del 1987. Di certo, è stato uno dei più noti, e discussi, protagonisti di quella generazione che ha attraversato la tragedia del secondo conflitto mondiale per ritrovarsi subito alle prese con scelte di campo contrapposte, nel comune obiettivo di lasciarsi definitivamente alle spalle l’arte del ventennio, guadagnandosi una legittimazione europea. Le scelte neocubiste, per la fascinazione del mito Picasso; il tentativo presto fallito di convivere entro un “Fronte Nuovo delle Arti” cui Togliatti diede il colpo di grazia con due infelicissimi interventi su “Rinascita”; le polemiche, durissime, fra astrattisti e realisti, con Guttuso autorevolmente schierato a sostenere le ragioni di un “realismo socialista” su cui pesavano le direttive di Ždanov: furono vicende cruciali dell’arte italiana postbellica, che videro il pittore siciliano impegnato a sostenere coerentemente scelte già chiarissime n dalla sua adesione nel ,39 al gruppo di “Corrente”, espressione del dissenso nei confronti dell’arte di regime. Opere come Fuga dall’Etna, del ‘39, e Crocifissione del ,41, rappresentano i prodromi di una scelta insieme artistica e ideologica, arricchita poi da immagini a tinte forti di pescatori, minatori, mondine, cose e scene di vita quotidiana, con grandi tele come La spiaggia, omaggi ad artisti amati come Dürer, Caravaggio, Van Gogh, e Caffé Greco, i Funerali di Togliatti, La Vucciria, Le Allegorie. Fino ai dipinti dell’ultima stagione, dove l’impegno sociale si stemprava nell’inflessione malinconica di una meditazione sull’esistenza, in tele come La visita della sera, Spes contra spem. “Non dipingo idee, ma cose e vita”: lo diceva difendendo anche la legittimità della pittura in tempi in cui ne era messa in discussione la sopravvivenza. A poca distanza dalla scomparsa di Guttuso, con ben altro clamore mediatico, il 22 febbraio del 1987 si annunciava la morte di Andy Warhol, la figura più idolatrata della Pop Art: un’arte popular quasi agli antipodi della pittura “nazional-popolare” dell’italiano. Con lucido pragmatismo Warhol ha riproposto in sequenze seriali icone ben note dei miti consumistici, emblemi della filosofia di vita della società statunitense. E quindi, di diffusione internazionale. Ha fatto della sua figura non un idolo polemico ma l’eccentrica superstar di un nuovo, caleidoscopico palcoscenico dell’arte.