Dell’Italia del 1911 abbiamo un’immagine piuttosto precisa consegnata dal censimento. È un paese con una speranza di vita bassa, soprattutto a causa dell’alta mortalità infantile, prevalentemente agricolo, con famiglie numerose e abitanti di bassa statura (l’altezza media dei maschi è di 167,24 cm.); in tanti, dall’Italia, emigrano ancora e, anche se con importanti progressi negli ultimi trenta anni, l’analfabetismo è estremamente diffuso. Eppure l’Italia del 1911 vorrebbe presentarsi come una grande potenza coloniale, al pari delle altre: è di questo anno, infatti, tra entusiasmi e polemiche, l’impresa coloniale libica. Da più parti la guerra è vista come una positiva opportunità: le industrie non hanno che da guadagnare con le commesse militari, le banche hanno interessi economici nelle colonie. Queste ultime, d’altra parte, vengono considerate una valvola di sfogo per il disagio operaio e un’alternativa all’emigrazione. I nazionalisti favoleggiano l’immagine di un’Italia grande e conquistatrice che importanti intellettuali promuovono e divulgano. Proprio durante la guerra libica, l’Italia, prima nella storia dell’aviazione, esegue tutte le operazioni militari aeree possibili per l’epoca. Ma la conquista del cielo non ha solo un signifi cato militare: gli aerei (o “velivoli”, parola creata ad hoc da D’annunzio) si fanno ammirare attraverso esibizioni e “raid” su varie città ove le persone guardano, a naso in su, sopra le proprie teste, ciò che, fi no a poco prima, avevano solo immaginato. L’entusiasmo per l’aviazione (celebrata in tante lettere e cartoline commemorative), fa tutt’uno con quello per la scienza e la tecnica: è, ancora per poco, la Belle Époque.