10 giugno 1940: dal solito balcone Mussolini proclama “l’ora delle decisioni irrevocabili”

Quello che suscitò l’enfatico discorso di piazza Venezia fu, sebbene non nella totalità degli animi, una reazione impensabile per noi che conosciamo bene l’esito di quella decisione “con il senno di poi”. Vi era infatti grande attesa per questo momento, soprattutto all’interno delle classi agiate della media e alta borghesia imprenditoriale, affascinate dalla promessa di nuovi mercati e più ampi guadagni; nonché da parte di tutti coloro che, vivendo solo di semplici salari da operai, vedevano nella partenza al fronte una possibilità di percepire uno stipendio sicuro con un accettabile livello di rischi.

L’Italia era dunque illogicamente soddisfatta ed emozionata per questa promessa fatta di andare a conquistare quanto spettava al popolo italiano, un posto tra i grandi, nuovi territori, soprattutto marittimi, e ricchezze impensabili, in forza del suo naturale diritto in quanto popolo “fecondo e giovane”.

Le classi agiate accolsero la notizia festeggiando con ricevimenti e serate mondane a Roma e nelle altre principali città italiane, mentre nei giorni successivi poche differenze furono avvertite in generale dalla popolazione già abituata alle tessere annonarie. Molti non partirono per la solita villeggiatura al mare ma solo per prepararsi all’imminente chiamata; inoltre era diffusa la certezza che questa sarebbe stata una ”guerra lampo”, un conflitto breve e con poche perdite che avrebbe permesso poi a Mussolini di sedere al tavolo della pace con un posto d’onore tra i vincitori. Quale motto migliore di “Veni, vidi, vici” avrebbe potuto adottare il Duce, che si presentava come il nuovo condottiero della risorta grandezza romana?