12 dicembre 1941: per evitare tragedia e ridicolo sarebbe bastato guardare l’elenco telefonico di New York “Tora, Tora, tora” sono le parole del comandante Fushida che daranno inizio a quello che il presidente Roosevelt defi nirà “il giorno dell’infamia”. Tutti abbiamo negli occhi le immagini della catastrofe che si è abbattuta su quell’angolo di paradiso, restituiteci dai grandi schermi a partire dagli anni ‘70. Le bombe che cadono come se piovesse, ovunque fumo, fuoco, rottami e navi affondate; gli Zero, così gli Alleati chiamavano i caccia giapponesi, che volano bassi e mitragliano a raffi ca. “L’entrata in guerra degli Stati Uniti ci lascia completamente indifferenti” commentava il Duce per poi annunciare la nuova impresa italiana a fi anco “dell’eroico Giappone”. La notizia chiudeva un anno, il 1941, che aveva assunto per l’Italia le sembianze di una vera e propria via crucis e allargava il baratro fra propaganda e realtà. Le umiliazioni in Egitto e in Grecia, il dissolversi dell’Impero d’Etiopia, fonte di tanto orgoglio e aspettative e infi ne il terribile inverno russo. Per completare il quadro della tragedia italiana, non rimaneva che il seme del disastro fi nale: la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d’America. Tra il 1941 e il 1944 circa 600.000 italo-americani residenti negli Stati Uniti furono internati in quanto considerati “stranieri ostili”, stessa sorte subirono i giapponesi. Solo in anni recenti Washington ha riconosciuto la persecuzione avvenuta sulla comunità italiana. Mentre i campi di concentramento vennero chiusi nel 1943 quando l’Italia si alleò con l’America, la persecuzione invece, incominciata il primo settembre del 1939, continuò fi no al 31 dicembre del 1945.