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9 ottobre 1963: il monte Toc si sbriciolò nel catino della diga. Fu il Vajont 

La prima pagina de “il Resto del Carlino” ben esprime lo sgomento e l’impotenza davanti ad una tragedia di proporzioni incomparabili. In quei primi momenti non c’è spazio per le polemiche, se non per cercare un “perché” a quel disastro, quasi una rassicurazione che nulla di simile possa capitare anche a noi. Gli abitanti dei paesi a monte della diga, raggruppati in un unico comune dal nome aspro come queste zone, Erto e Casso, scuotono la testa davanti a questa tragedia annunciata; sono anni che lottano, denunciando i pericoli innescati dalla costruzione della enorme diga, orgoglio architettonico dell’ingegnere Semenza, assunto dalla SADE, uno dei colossi elettrici più potenti e influenti dell’epoca, per realizzare la diga. Ma la logica economica ha avuto il sopravvento sulle ragioni dei montanari che sembravano muovere accuse solo per difendere i loro territori espropriati e non per evidenziare reali pericoli. Il 9 ottobre lascia dietro di sé troppi morti e qualcuno di loro pronuncia in quel dialetto duro, un misto tra il veneto e il friulano,“l’avev ben det mi” (“l’avevo detto io”). Certo, a posteriori, molti dei personaggi che hanno preso con leggerezza rapporti di geologi e ingegneri, dovrebbero farsi un esame di coscienza. Come in tutte le grandi tragedie infatti, la colpa più grande sta nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto tutelare le popolazioni del luogo. La stessa gente di Longarone, che sapeva che la montagna si stava muovendo, ha preferito continuare a ignorare i messaggi che la natura, in un estremo desiderio di dimostrare la propria indomabilità, aveva dato. Perché quando leggi per mesi articoli che segnalano il pericolo, ma i lavori continuano e gli operai vivono con le famiglie in paese, non puoi credere che possa succedere qualcosa, pensi: “Esagerano, non succederà mai”. Invece in un tranquillo mercoledì autunnale a Longarone (Belluno), piccolo centro della valle del Vajont, tutti gli abitanti sono raccolti nelle case e nei bar davanti alla TV per il match di Coppa dei Campioni tra il grande Real Madrid e gli scozzesi dei Glasgow Rangers. Ancora in pochi hanno la televisione e la partita ha riunito non solo i giovani di Longarone, ma anche quelli dei paesini di montagna lì vicino. Alle ore 22,39 accade l’impensabile. Un enorme pezzo del monte Toc frana a valle e provoca un’onda che sommerge in pochi minuti Longarone, Villanova, Pigaro, Faè, Malcom e Rivalta. 1.910 le vittime accertate, ma molti corpi restano dispersi. Il processo, che dura sette anni e mezzo ed emette le sentenze al limite della prescrizione, mette in luce anni di omissioni e complicità tra Stato e impresa. Complicità che continua anche durante il dibattito processuale, non si trova in Italia nessuno disposto a sottoscrivere la perizia contro imputati troppo importanti. Le condanne alla ne arrivano, ma sono irrisorie. La domanda che sorge spontanea è: quando ci decideremo a tutelare il territorio? A mettere prima degli interessi economici il nostro futuro ed il benessere di ciò che ci circonda? Perché dobbiamo sempre piangere i nostri morti, anziché ridurre i rischi che possano esserci altre vittime?