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4 novembre 1966: l’alluvione di Firenze 

Sono le sette del mattino del 4 novembre 1966 quando l’Arno esonda a Firenze inondando gran parte della città; il livello dell’acqua raggiunge quasi i cinque metri d’altezza, allaga i primi piani delle case, i musei, le biblioteche, le chiese. Fortunatamente è festa nazionale, (vengono celebrate le Forze armate, il completamento dell’Unità d’Italia e la vittoria nella Prima Guerra Mondiale), questo assicura che poca gente circoli per strada ed evita perdite ben peggiori. Firenze si ritrova in poche ore coperta d’acqua e detriti, che causano la morte di 35 persone, 18 in città e 17 in provincia. Quasi tutta la Toscana è colpita e anche se nei giorni precedenti le piogge sono abbondanti, nessuno dei fiorentini sembra preoccuparsi troppo, sono tutti convinti che sia una delle solite piene autunnali. Nei momenti di terrore che seguono, la popolazione, inerme di fronte alla potenza della natura, cerca la sua forza nel sostegno reciproco, anche perché completamente isolata dal resto del mondo: le comunicazioni saltate, così come la percorribilità di gran parte delle strade. La notizia tarda ad arrivare al resto d’Italia, inoltre anche altre regioni del nord e del centro stanno subendo inondazioni, anche se di minor entità. Per questo si sottovaluta ciò che sta accadendo a Firenze. La Rai capisce la gravità della situazione grazie al caporedattore della sede fiorentina, Marcello Giannini, che dal suo ufficio in centro storico, durante la diretta del giornale radio, decide di far sentire la furia dell’Arno che scorre tra le strade:“Ecco, non so se da Roma sentite questo rumore.”, dice,“Bene: quello che state sentendo non è un fiume, ma è via Cerretani, è la via Panzani, è il centro storico di Firenze invaso dalle acque”. Molte persone trascinate dalle correnti saranno tratte in salvo grazie ad aiuti improvvisati: corde di lenzuola lanciate dalle finestre, bagnini che arrivano dalla Versilia con i loro pedalò per aiutare e tanti “angeli del fango”, come verranno chiamati i giovani volontari, grazie ad un articolo di Giovanni Grazzini, che riconosce come i giovani capelloni, seguaci dei Beatles, si siano rivelati “un esempio meraviglioso” per le generazioni che li criticavano e di come, “spinti dalla gioia di mostrarsi utili”, si siano impegnati per la salvezza di un bene comune, abbiano lavorato duramente per salvare opere d’arte e persone, arrivando da tutto il mondo. E questo è un altro aspetto di quell’alluvione, che oggi, con il distacco emotivo dato dal trascorrere del tempo, possiamo definire positivo: quello di aver ricucito, almeno momentaneamente, la spaccatura generazionale tra “padri e gli”. I padri hanno potuto guardare oltre le mode incomprensibili adottate dai gli e vedere il frutto dei propri insegnamenti e anche qualcosa di più: il coraggio e il desiderio di cambiare le cose non solo a casa propria. è qui che nasce il volontariato come lo intendiamo noi oggi: spontanea solidarietà collettiva; dobbiamo ricordare che non esisteva ancora la protezione civile e che questi giovani accorrendo, hanno acceso la speranza di una possibile rinascita nei fiorentini. Grazie al loro aiuto, arrivato da tutto il mondo, e grazie allo spirito dei fiorentini, già a Natale il centro storico è sgombro. Ma resta ancora molto da ricostruire, perché l’alluvione colpisce gran parte della Toscana e molto non tornerà più come prima. Le campagne, ad esempio, rimangono allagate per giorni dopo l’esondazione, tanto da segnare il definitivo crollo del settore agricolo nella zona.