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11 ottobre 1967: la parabola rivoluzionaria del medico argentino Ernesto Guevara 

Due giorni dopo la morte del comandante Ernesto Guevara De La Serna detto “Che”, i giornali italiani ne riportano la conferma: in un mondo senza internet e soprattutto con la CIA, ben attenta a far trapelare solo quello che fa comodo, è difficile capire le dinamiche della morte. Viene ammesso un unico fotoreporter, Marc Hutten, a scattare le uniche immagini in circolazione del cadavere del guerrigliero. La CIA lo espone a dimostrazione che il mito è morto. Ma il mito risorge proprio grazie a quelle foto che ritraggono un corpo con la testa sollevata e le braccia abbandonate. La prospettiva e la composizione è troppo simile al Compianto sul Cristo morto di Andrea Mantegna per passare inosservata e si inizia a parlare del Cristo di Vallegrande (il luogo della Bolivia in cui il corpo viene portato e fotografato). Un’altra celebre foto sta per diventare un’icona ancora attuale e trasformata dal mercato capitalista, contro cui Guevara aveva lottato fino alla morte, in logo. E’ la foto, intitolata “Guerrillero Heroico”, che Alberto Korda scatta a L’Avana il 5 marzo del 1960, durante i funerali per le vittime dell’esplosione della nave Coubre. Il fotografo regalerà la foto all’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli che nel 1968 la pubblica come copertina del Diario in Bolivia, l’ultimo diario scritto dal Che e trovato nelle sue tasche durante la cattura. Che Guevara ha rappresentato l’idea della rivoluzione in difesa dei poveri contro la realizzazione sovietica del socialismo reale e contro l’imperialismo economico americano. In un’epoca in cui sembrava impossibile schierarsi, i giovani del ‘68 troveranno in lui un simbolo cui ispirarsi.