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12-13 maggio 1974: la vittoria laica, libera, matura al referendum contro la Fortuna-Baslini Il codice napoleonico prevedeva il divorzio, pur richiedendo il consenso di genitori e nonni. Successivamente, per lo Stato d’Italia, lo scioglimento del matrimonio era diventato un tabù. Bisogna attendere il 1° dicembre 1970 per la legge che permette il divorzio: essa vede la luce alle 5,40 del mattino, dopo una nottata di dibattito alla Camera dei deputati. Votano a favore socialisti, liberali, comunisti, socialdemocratici, repubblicani, socialproletari, indipendenti di sinistra, comunisti dissidenti del Manifesto; si oppongono democristiani, missini e monarchici. È una legge che fa discutere, che crea opposizioni e controversie e contro la quale si sollevano non solo le ragioni della religione (per la dottrina cattolica il vincolo matrimoniale è indissolubile), ma anche quelle di chi considera il matrimonio un istituto “naturale”. I comitati civici e movimenti di area cattolica depositano la richiesta di referendum abrogativo della legge sul divorzio, accompagnata da 1.370.134 fi rme, e la Cassazione la dichiara legittima. Dopo vari slittamenti, viene fi ssata la data della consultazione: 12 e 13 maggio 1974. La campagna ha toni accessi e si rivolge a volte alla testa, a volte allo “stomaco” (e alle paure istintive) degli elettori. Di fatto, il risultato delle urne lascia pochi dubbi: il 59,3% è per il mantenimento della legge sul divorzio. Un chiaro segno della volontà di separare le leggi civili dalle indicazioni del magistero ecclesiastico: laicità, modernità e secolarizzazione sembrano, con questo referendum, essere arrivate anche in Italia.