11 marzo 1977: l’uccisione dello studente Francesco Lorusso. È il Settantasette 

Carri armati a Bologna in tempo di pace? Strano, ma vero. Una parte della città, scenario di scontri violenti, è devastata; i giornalisti del Carlino percorrono il centro e parlano di persone in fuga, negozi sbarrati, incendi, resti di barricate. È l’indomani dell’uccisione di Lorusso: un gruppo di studenti ha contestato l’assemblea di Comunione e Liberazione e, nei disordini seguiti, uno studente di 25 anni, Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua, viene ucciso in via Mascarella da un colpo esploso da un carabiniere (sul luogo era infatti stato mandando un importante contingente dell’Arma). Potrebbe essere un giorno non diverso dai tanti, con cortei, manifestazioni e disordini, fatti quotidiani per la Bologna di questo periodo, dove il movimento del ,77 ha avuto esiti più creativi e meno violenti che non altrove. Anche qui sono gli anni della rabbia studentesca, un periodo di parole d’ordine che fanno paura come “espropri proletari” e “autoriduzione dei prezzi”, ma è anche il tempo della città-laboratorio creativo, degli indiani metropolitani, di Sarabanda (la banda del movimento che guida i cortei), delle radio libere e, in particolare, di radio Alice, radio senza palinsesto, voce della rivolta e di un nuovo modo di comunicare. Se la riforma per l’Università firmata da Malfatti ha dato un pretesto alla contestazione, il movimento di Bologna segue la strada dello spontaneismo e della creatività ed è più interessato a trovare modi alternativi, ironici ed irriverenti per arrivare ad una cultura diversa e soddisfare il bisogno urgente di libertà e di espressione che non, piuttosto, a sfidare il potere in senso violento e militarista. Il rapporto tra gli studenti del movimento e la “Bologna rossa”, va detto, è un rapporto di reciproca diffidenza, quando non di incomprensione: sono due “facce” distanti della città che, in qualche modo, convivono. Ma con i colpi di arma da fuoco che raggiungono Francesco Lorusso tutto cambia. Lo scenario di risposta a questo evento diventa spropositatamente violento, da una parte e dall’altra, e quello che resta è la città messa “a ferro e fuoco”, i carri armati, la pesantezza degli “anni di piombo” e una vicenda giudiziaria, quella del carabiniere che ha colpito Lorusso, che fa ancora discutere. A Bologna per alcuni è la fine di un sogno, per altri di un incubo. Molti bolognesi non fanno fatica a scegliere l’ordine e giustificarne i mezzi, visto lo choc di fronte ad una situazione del tutto nuova per la propria città, di cui hanno sotto gli occhi le “macerie”; il movimento, criminalizzato “in toto” per la deriva violenta presa dai fatti e colpito da arresti e divieti, si spegne e i suoi esponenti si disperdono per strade diverse e lontane dagli ideali che avevano condiviso: per alcuni è l’accostamento al terrorismo, per altri il ripiego nell’individualismo, la chiusura nel privato, l’evasione nell’eroina. L’idea che il futuro possa essere modificato collettivamente appare ormai tramontata.